“Il Torino era una squadra troppo meravigliosa per invecchiare”. – Carlo Carlin Bergoglio, ‘Tuttosport’, 5 maggio 1949.

Miriadi di squadre, da quando gli operai inglesi scalciavano nel dopolavoro ad oggi, hanno segnato le più diverse epoche del calcio. In grado di compiere le più svariate imprese, vittorie e trionfi, in ogni competizione ad ogni latitudine. Storie diverse le une dalle altre, ognuna unica nel sue caso. Alcune, diventano leggenda, mentre altre svaniscono nella memoria collettiva.

Leggenda, è diventata di diritto la storia del Grande Torino di Ferruccio Novo. La più grande squadra della sua epoca, fermata dal più beffardo dei destini, terminata con il più triste degli epiloghi. Ma prima di concentrarci su quel drammatico 4 maggio, per capire cos’è stato il Grande Torino, dobbiamo però tornare all’estate del ’39, quando l’industriale torinese Ferruccio Novo diventa presidente dell’AC Torino, sostituendo l’uscente ingegner Cuniberti.

LA NASCITA DEL GRANDE TORINO

Ferruccio Novo è un ricco industriale torinese, titolare con il fratello della fabbrica «le cinghie Antonio Novo – Torino». Si appassiona al calcio durante i suoi studi al Collegio San Giuseppe di Torino, istituto estremamente popolare tra gli esponenti della borghesia nella città dei quattro fiumi.

Tra Juventus e Toro, non ha dubbi e dal 1913 entra nelle giovanili dei granata. Difensore non troppo talentuoso, non esordirà mai in prima squadra, lasciando il calcio giocato per concentrarsi sull’attività di famiglia. Non lascia però la società del capoluogo, entrando come consigliere prima e diventando presidente, come già detto, nell’estate ’39. Sono mesi complicati, nell’Italia fascista.

Il Duce si appresta infatti, forse senz saperlo, a seguire la Germania nella folle guerra che di lì a poco sconvolgerà l’Europa, a circa 1 mese dall’invasione della Polonia, ad 1 anno dalla conferenza di Monaco. A questo punto, quando il fratello Mario si assume la piena responsabilità della fabbrica familiare, Ferruccio Novo diventa numero uno della società. Sostituendo il bravo ma non impeccabile ingegner Cuniberti, suo predecessore.

Il Presidente, subentra alla fine di una decade dove il divario tra il Torino e la Juventus era sempre di più aumentato. Il modello di Edoardo Agnelli, si era rivelato vincente. Ed è proprio da questa visione imprenditoriale del calcio, che Ferruccio Novo costruisce il Grande Torino, imparando dai successi dei rivali bianconeri ed affidandosi ai suoi collaboratori, come Ernest Erbstein, tecnico di nascosto a causa delle leggi razziali, e il mitico ct Vittorio Pozzo.

IL “SISTEMA” E LA GUERRA

Una volta costruito lo scheletro, si passa al campo. Dopo due campionati non esaltanti e il secondo posto del ’42, nel ’43 arriva la svolta. Durante l’ultima stagione prima della sanguinosa guerra civile nel nord Italia, il Torino vince lo scudetto. La mossa chiave, nel successo granata, è il ribaltamento del cosiddetto “metodo”, l’assetto tattico che all’Italia aveva portato due coppe del mondo. Al suo posto, viene introdotto il “sistema”, sul modello del 3-2-2-3 dell’Arsenal di Chamber. A centrocampo viene ingaggiato Ellena della Fiorentina, unica altra italiana a sperimentare il “WM”, in attacco arrivano dal Venezia Loik e, soprattutto, Valentino Mazzola.

Nel ’42, una sconfitta proprio con i veneti priva del campionato i torinesi, l’anno successivo i due nuovi innesti guidati da mister Andràs Kuttik firmano il trionfo. La resistenza del Livorno viene piegata dopo un’estenuante campionato solo all’ultima giornata. A Bari è l’uomo con il dieci sulle spalle, Valentino Mazzola, a regalare la vittoria. In Coppa Italia, il double arriva con il 4-0 al Venezia degli ex fenomeni.

La gioia dura poco, perché la caduta di Mussolini dopo l’8 settembre ’43, lo scoppio della guerra civile nella Repubblica-fantoccio di Salò e l’avanza Alleata fanno sprofondare nel caos un’Italia ormai dilaniata dal conflitto e definitivamente spezzata in due da tedeschi ed anglo-americani. Nonostante tutto, la massima serie continua.

Il surreale “campionato di guerra” non dura però molto, data anche la difficoltosa mobilitazione dei giocatori in un contesto di bombardamenti costanti sui mezzi di trasporto e comunicazione. Novo, salva i giocatori dalla leva militare mascherandoli come dipendenti nella FIAT, uno stratagemma utilizzato da molte squadre e quasi sempre funzionante. Ma la guerra finisce, e finita la guerra riprende il calcio.

Il Torino è una macchina da trofei, che in totale centra 5 titoli consecutivi, tra il ’42 ed il ’49. 88 risultati utili consecutivi in casa. 125 reti segnate nel campionato 47/48, record assoluto nella storia della massima serie italiana. Da Mazzola a Maroso, Menti, Bacigalupo, Tomà, Gabetto, Ballarin e Grava, una miriade di campioni passano dal capoluogo ed incantano l’Italia, fino a quel maledetto 4 maggio 1949.

LA TRAGICA FINE DEL GRANDE TORINO

Il Toro ha appena fatto un fondamentale passo scudetto dopo il pari con l’Inter il 30 aprile. Il 3 maggio, disputa a Benfica un’amichevole ad invito, davanti alla folla dell’Estadio Nacional, gremito di 50.000 spettatori venuti ad ammirare i granata delle meraviglie.

Bacigalupo, A. Ballarin, Martelli, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola e Ossola, all. Lievesley.

Finisce 4-3 per le Aquile, ma nessuno può prospettare quello che sta per accadere. Al seguito della squadra, mancano i giornalisti Nicolò Carosio, impegnato alla cresima del figlio, e Vittorio Pozzo, in rotta con Ferruccio Novo. Manca anche lui, il Presidentissimo, non partito per il Portogallo a causa di una precaria condizione di salute. Tra i calciatori, a saltare la trasferta sono Tomà, Dino Ballarin e Luigi Giuliano.

La giornata è pessima, il tempo atmosferico nella zona torinese permette una scarsissima visibilità. Alle 16:59 l’aereo l’aereo fornisce come riporto di posizione “Quota 2.000 metri. QDM su Pino, poi tagliamo su Superga“. Alle 17.03, eseguita la virata sul colle di Superga, l’aereo pronto ad atterrare si schianta contro il terrapieno posteriore della basilica di Superga. Muoiono tutte e 31 le persone a bordo.

Ai funerali, 600.000 mila persone porgono l’ultimo saluto alla più grande e sfortunata squadra della sua epoca, alla quale il destino ha riservato il più tragico degli epiloghi, in quel pomeriggio del 4 maggio 1949. Il pomeriggio del drammatico addio al Grande Torino.