Non esiste una legge scritta, ma tra il Sud Italia e i calciatori sudamericani c’è sempre stato un certo feeling. Gli esempi più recenti rigurdano Napoli, la piazza calcisticamente parlando più in vista del Meridione. Lavezzi, subito dopo Cavani e poi anche Higuain: tre attaccanti che appena sbarcati all’aeroporto di Capodichino hanno fraternizzato con la popolazione e ricambiato l’affetto a suon di gol e annate indimenticabili.
Allo stesso modo, in una realtà che adesso ci vien facile considerare più piccola, quasi un decennio fa l’urugagio Ernesto Chevanton salutava per l’ultima volta la sua Lecce con un gol al sapore di salvezza proprio contro il Napoli.
Di quell’annata Chevanton non ci ha lasciato ulteriori ricordi, seppur la carta d’identità non fosse ancora impietosa (aveva solo 30 anni), la sua carriera era scivolata in un tunnel dal quale era difficile uscire.
Tempo addietro però, prima che Lecce diventasse solo la comfort zone nella quale ritornare per riassaporare un po’ di fiducia, Chevanton era un eclettico e creativo attaccante che aveva trovato nel Salento terra fertile per presentarsi al calcio europeo.
AL DI LÀ DELLA CATEGORIA
Ad inizio anni 2000 segnava valanghe di gol nel Danubio, quando il suo nome finì sul taccuino di Pantaleo Corvino, uno che nel corso degli anni si è sempre posizionato nell’elite dei direttori sportivi italiani. La cifra d’acqusito fu vicina ai 7 milioni. Soldi che, già dopo le prime due annate in giallorosso, non fece rimpiangere.
L’annata d’esordio in A fu negativa – causa retrocessione – in termini di squadra, ma più che soddisfacente a livello personale. La doppia cifra di gol raggiunta lo rese agli occhi dei tifosi salentini l’uomo a cui aggrapparsi per sperare in una rapida risalita, e lui non tradì. 15 gol in cadetteria e promozione ottenuta all’ultima giornata in uno spareggio contro il nuovo Palermo targato Maurizio Zamparini.
L’allenatore di quella squadra era un giovane ma navigato Delio Rossi, che durante l’annata successiva disporrà, almeno in termini di talento, del Lecce più competitivo di sempre.
PREDICATORE NEL DESERTO
L’organico della stagione 2003/2004, infatti, oltre a Chevanton, autentico trascinatore quell’anno, conta l’ivoriano Konan e i giovanissimi Mirko Vucinic e Valeri Bojinov. Alle loro spalle si stagliano le figure di Guillermo Giacomazzi, che con il tempo diventerà sempre più centrale nella storia leccese, e del neoventenne Christian Ledesma, altro giocatore scoperto, seguito e acquistato da Corvino. A dare quantità e corsa ci pensano Max Tonetto, a cui viene affidata la fascia da capitano, e Marco Cassetti, impiegati entrambi sia sulla linea dei difensori che su quella dei centrocampisti e futuri terzini della prima Roma di Spalletti.
Quel Lecce però, comincia la stagione con il freno a mano tirato. Dopo le prime 7 partite i punti conquistati sono solo 3, a causa di una difesa capace di subire 17 gol in meno di 2 mesi di stagione. La situazione, fino al termine del girone d’andata, non migliora ed il Lecce si ritrova al giro di boa in piena zona retrocessione con 12 punti all’attivo. Il presidente Semeraro pensa più volte di sostituire Delio Rossi, ma la vittoria del 18 gennaio a Reggio Calabria, in un match che si poteva già considerare determinante per la salvezza, si rivelerà l’iniezione di fiducia necessaria per rialzare la testa.
Contro la Reggina, Chevanton segna il suo sesto gol in campionato dando vita ad un’esultanza nevrotica, sintomo di un autunno difficile anche per lui.
La realizzazione ne delinea i tratti distintivi. Servito con un lancio lungo sulla sinistra, l’uruguagio si accentra accarezzando il pallone con l’esterno destro, supera con un contro movimento il difensore avversario ed incrocia di sinistro. Un gol che il commentatore apostrofa come una firma d’autore alla sua maniera, confermando come in quel periodo Chevanton ricevesse attestati di stima da Nord a Sud dello stivale.
SALVEZZA E AMMAZZABIG
Rivitalizzati da i 3 punti ottenuti al Granillo, i ragazzi di Delio Rossi nelle prime 6 partite del girone di ritorno ottengono 13 punti, frutto di 3 vittorie consecutive lontano dal Via del Mare. Chevanton riveste i panni del protagonista di questa scalata, con 5 gol segnati. Il primo lo realizza ad Ancona, il secondo nella rocambolesca vittoria in casa del Chievo, mentre sul terzo, realizzato nell’1-1 casalingo contro il Milan futuro Campione d’Italia, è necessario fare una breve digressione.
Oltre ad essere un attaccante abile con entrambi i piedi, raffinato tecnicamente e veloce sia sul breve che sul lungo, Chevanton possedeva nel suo arsenale doti su calcio da fermo non indifferenti. Proprio contro il Milan, da una distanza non superiore ai 25 metri, disegna una traiettoria che sfiora la testa degli uomini in barriera e muore alle spalle di Dida. Un gol meraviglioso in una partita in cui svaria su tutto il fronte offensivo, non dà mai riferimenti alla difesa, assiste i compagni e finalizza.
Il merito di Delio Rossi era quello di non sovraccaricarlo di istruzioni e lasciarlo libero di seguire il suo istinto; quello di Chevanton era di riuscire ad ovviare ad un evidente gap fisico rispetto alla maggior parte dei difensori grazie al connubio tra corsa, tecnica ed intensità.
Dopo aver timbrato il cartellino anche nelle vittorie contro Brescia e Modena, anche Chevanton paga la fase di appannamento della squadra che dal 7 marzo al 10 aprile conquista solo 3 punti. Il mese di carestia costa un biglietto di ritorno per gli inferi e all’alba della 30esima giornata il Lecce ha un solo punto di vantaggio sulla zona rossa. L’avversario di giornata è l’Udinese e, nonostante una brutta prestazione, una zampata del Che regala 3 punti pesantissimi ai salentini.
Sette giorni dopo, con ancora l’incubo retrocessione vivo negli occhi, il Lecce vola a Torino dove affronta la Juventus già bloccata sull’1-1 all’andata. La sfida ha un canovaccio romanzesco: al 52′ il Lecce è avanti 4-1, Konan slalomeggia tra le macerie della difesa bianconera, Chevanton attacca la profondità con la puntualità di un orologio svizzero e Sicignano si trasforma in una saracinesca contro le folate di Trezeguet e compagni. Nel finale i bianconeri si porteranno anche ad una lunghezza di distanza, ma senza riuscire a conquistare punti.
La prestigiosa vittoria di Torino viene immediatamente seguita da quella contro l’Inter il 2 maggio. Il Via del Mare è gremito, una vittoria regalerebbe al Lecce la salvezza aritmetica e nemmeno il rigore del momentanto vantaggio nerazzurro placa gli entusiasmi del pubblico. La squadra risponde e lo fa nella ripresa. Prima pareggia con Tonetto, egregiamente servito dall’inesauribile Chevanton e poi con l’incornata di un giovanissimo Cesare Bovo.
Le ultime due giornate, grazie alle quali il Lecce raggiunge il 10 posto con 41 punti, si trasformano in un lungo ringraziamento alla squadra per la stagione disputata. Chevanton, dal canto suo, raggiunge la mostruosa quota di 19 gol all’ultima giornata, contro la Reggina. Il gol, di per sè, ha poco valore ma la maniera in cui lo realizza fa stropicciare gli occhi a tutti i presenti. Forte, molto probabilmente, degli allenamenti in nazionale con il Chino Recoba, il Che direttamente da calcio d’angolo beffa il portiere avversario. I compagni, inebriati da quel pezzo di bravura, lo celebrano con un’esultanza particolare, mentre nel finale Delio Rossi gli concede il metaforico abbraccio di tutto lo stadio.
SOLO A LECCE
Nelle annate successive Chevanton parcheggerà il suo incredibile talento prima in terra monegasca e poi a Siviglia, con risultati discreti nella prima esperienza e anonimi nella seconda.
Rivedere la qualità dei colpi con cui l’uruguagio si impose nella nostra Serie A oltre a lasciarci un legittimo amaro in bocca, ci ricorda quanto la fiducia sia importante anche a questi livelli. Un qualsiasi tifoso del Lecce prima di elencare le oggettive doti tecniche di Chevanton, ne esalta l’intensità, il desiderio di sporcarsi le mani per la squadra e lo sconfinato amore per la maglia. Sicuramente avrebbe potuto vivere una carriera più gloriosa, ma forse al Che, per sentirsi grande, bastava soltanto uno stadio pronto ad urlare il suo nome, una bandierina da torturare dopo ogni gol e la maglia giallorossa sulle spalle.

Fonte immagine: profilo Ig @Chevanton
Fonte immagine di copertina: profilo Ig @ErnestoChevanton