Nel corso della sua carriera, Antonio Conte ha sempre trovato il modo di tirarsi fuori da contesti che iniziano ad andargli poco a genio. Quando ha il sentore che la situazione circostante potrebbe precipitare da un momento all’altro, tanto per questioni societarie e di mercato quanto per motivi puramente tecnici relativi alla squadra, sceglie di cambiare. Lo ha fatto alla Juventus nel 2014, all’Inter nel 2021, e ora, dopo nemmeno un anno e mezzo, al Tottenham. Ambienti diversi, circostanze dissimili.
Una cosa è certa. Quando Conte lascia gli strascichi sono importanti, il rumore di sottofondo aumenta e, inevitabilmente, se ne parla a dismisura. La sensazione è che se le cose non vanno come prefissato e gli ostacoli iniziano ad assumere dimensioni più grandi del previsto, l’unica via d’uscita sia fare un passo indietro e cambiare prima che crolli tutto.
VINCENTE NATO
L’esempio perfetto è quello nerazzurro. Dopo aver vinto lo Scudetto nel 2021 la percezione era che, finalmente, l’Inter si trovasse di fronte alla porta d’ingresso di un nuovo ciclo vincente. Così non è stato. Le difficoltà economiche della dirigenza si sono insinuate nei meccanismi della squadra, suggerendo ad Antonio che, di lì a poco, i calciatori di maggiore valore sarebbero stati ceduti per monetizzare. Così è stato, con le partenze di Lukaku e Hakimi. Appurato che garanzie di mercato in entrata non ce ne sarebbero state, la strada migliore da percorrere era quella del cambiamento. Valigie fatte e tanti saluti.
Conte è un vincente. Lo ha dimostrato ovunque abbia allenato. Qualsiasi cosa tocchi, la trasforma, spesso in meglio. La Juventus, quando fu presa sotto le ali del tecnico leccese, veniva dal periodo più buio della propria storia. Dopo la retrocessione del 2006 non era più riuscita ad alzarsi. Tante delusioni, allenatori e gestioni sbagliate, disaffezione dei tifosi. Poi, l’improvviso cambio di passo e l’inizio di un dominio che, dal 2011, sarebbe durato 9 stagioni consecutive. Nel luglio del 2014, a poche settimane dall’inizio della nuova stagione, l’addio. Divergenze con la società, visioni del calcio differenti, strade opposte.
A Milano la situazione non differiva troppo da quella di Torino. L’Inter non vinceva il campionato dal 2010, anno di grazie nerazzurro. Nel giro di appena due anni Conte è riuscito a riportare entusiasmo e, soprattutto, ridare il brivido del trionfo ai tifosi interisti. Un sentimento di ritrovata passione che aveva coinvolto anche l’ambiente circostante la Nazionale un lustro prima. L’Europeo del 2016 rimane un piccolo capolavoro, rimasto incompleto per motivi memorabili. Impossibile dimenticare i rigori di Zaza e Pellé nei quarti di finale contro la Germania. Un cammino miracoloso con una rosa oggettivamente inferiore alle altre.
UN AMORE MAI SBOCCIATO
C’è qualcosa che accomuna queste tre esperienze? Probabilmente, l’allenatore italiano aveva percepito, sin dall’inizio, la concreta possibilità che, prima o poi, si sarebbe potuto vincere o, quanto meno, competere per il successo. Una sorta di illuminazione premonitrice di quello che sarebbe accaduto nel corso di ognuna di queste avventure. A Londra, non è scattata la scintilla. Semplice, si potrebbe pensare. Il Tottenham non ha la stessa tradizione vincente di Juve, Inter e della Nazionale italiana. Anzi, non ce l’ha proprio ad essere onesti. In 141 anni di storia ha vinto appena due volte il campionato.
Difficile misurarsi con giganti del calibro di Manchester City, Liverpool, Arsenal, Chelsea e Manchester United: la concorrenza in Inghilterra è spietata. Altrettanto complesso sarebbe calarsi nei panni di Conte per capire se effettivamente abbia mai creduto nella possibilità di vincere anche con gli Spurs. Una storia d’amore che non è mai veramente sbocciata. In una stagione e mezzo ha risollevato la squadra del nord di Londra, trascinandola in Champions League al termine della scorsa e portandola fino agli ottavi in questa. In Premier League ha lasciato gli Spurs al quarto posto, tra mille alti e bassi, con le inseguitrici a stretto contatto e Stellini che è chiamato ad evitare il naufragio definitivo.
L’addio con il Tottenham è stato burrascoso. Uno sfogo d’altri tempi, a metà strada tra lo “Strunz” di Trapattoni e il Lippi post Reggina-Inter del 2000. Insomma, Conte ha fatto di tutto per obbligare la dirigenza a esonerarlo. Ha parlato di egoismo e mancanza di impegno da parte dei giocatori, accusato la società per le scelte di mercato e, in generale, l’atteggiamento dell’ambiente, non abituato a vincere. Il mondo dei tifosi si è diviso. Chi ha ringraziato il tecnico, scusandosi a nome del club per non averlo capito, e chi ha esultato trionfante, puntandogli il dito contro. C’è chi parla di un rapporto tossico con alcuni giocatori, come Romero e Richarlison, e chi, come Son, lo ha salutato con un messaggio di ringraziamento per averlo fatto migliorare come giocatore e uomo. La verità, come sempre, sta nel mezzo.
Antonio Conte's Tottenham rant will never be forgotten 😭pic.twitter.com/MYvO6JecKP
— GOAL (@goal) March 26, 2023
CERTI AMORI…
Ora, bisogna capire dove potrà andare, quale strada è pronto a seguire per il suo futuro. Le ipotesi più importanti sono quelle italiane. All’estero, le panchine più importanti sono quasi tutte occupate. Le uniche che potrebbero liberarsi sono quelle di Real, Atletico e PSG, ma è evidente che Conte abbia nostalgia del Belpaese.
Avendo appurato che è tutto apparecchiato per un suo ritorno, quali sono le destinazioni plausibili? Juventus, Inter e Milan sembrano le più accreditate. Fino a qualche settimana fa si parlava anche di Roma, ma pare che Mourinho abbia scelta di onorare anche l’ultimo anno di contratto che lo lega alla squadra giallorossa. A questo punto è chiaro che Antonio Conte sia destinato a una delle tre sorelle del calcio italiano.
La meno quotata, al momento, è il Milan. Pioli dovrebbe essere saldo sulla panchina rossonera. Il progetto, stando alle parole di presidenza e dirigenza, deve continuare. Occhio però: un’eventuale mancata qualificazione in Champions League potrebbe cambiare le carte in tavola e a quel punto l’allenatore non avrebbe la certezza della riconferma. Ma in realtà, in caso di addio, il nome che si è fatto più spesso nell’ultimo periodo è quello di Luis Enrique.
Gli indizi, insomma, portano a un Conte-bis, indipendentemente se a Torino o a Milano, sponda Inter. Due ambienti conosciuti, non altrettanto grati al tecnico. Indubbiamente, chi rivorrebbe maggiormente indietro l’allenatore leccese sono i tifosi interisti. I corrispettivi della Vecchia Signora non presero bene l’addio nel 2014 e reagirono malissimo il suo approdo nella rivale storica nel 2019.
Qui, però, il discorso non è di affetto e apprezzamento, ma di progetto tecnico e utilità. Alla Juventus potrebbe riaprire un ciclo vincente, esattamente come quello iniziato 12 anni fa. Al termine di questa stagione saranno tre gli anni senza Scudetto per i bianconeri. Poco in proporzione alle abitudini della maggior parte delle squadre, tantissimo per la Juve. Conte punterebbe subito al titolo, riportando la grinta e la cattiveria che lo hanno sempre contraddistinto. L’unico vero ostacolo, se così può essere chiamato, è il contratto di Allegri. Il tecnico livornese guadagnerà 7 milioni a stagione fino al 2025, quindi per altri due anni. Esonerarlo significherebbe dover pagare sia lui che Conte, il cui stipendio non sarebbe inferiore, se non addirittura superiore.
Il suo approdo all’Inter, dunque, sembra quello più probabile. La gente lo rivuole, la squadra lo conosce e il ricordo lasciato ha il dolce sapore della vittoria. Inzaghi, in due anni, non ha mai convinto veramente. Uno Scudetto lasciato scivolare via a un mese dal termine del campionato, un altro mai veramente messo nel mirino, due Supercoppe Italiane e una Coppa Italia. Ora, oltre alla semifinale di coppa, c’è il quarto di Champions League contro il Benfica, probabilmente l’ultima ancora di salvataggio.
Difficile immaginare una sua permanenza, a meno che non riesca a compiere il miracolo e alzare la Coppa dalle grandi orecchie. Rispetto ad Allegri, il suo contratto scade nel 2024, anche se l’ingaggio rimane alto, circa 5,5 milioni. La situazione societaria dell’Inter non è delle migliori, ma un sacrificio potrebbe essere fatto per riaprire immediatamente il ciclo interrotto due estati fa. Qualora si tornasse a sedere sulla panchina nerazzurra è facile prevedere un ritorno ulteriore di Lukaku che, sotto la guida di Conte, ha espresso il miglior calcio della sua carriera.
Infine, c’è un’altra ipotesi concreta, quella dell’anno sabbatico. Negli ultimi mesi Conte è sembrato sottotono. I problemi fisici che lo hanno costretto all’operazione e ad assentarsi diverse settimane da Londra per recuperare sono state la goccia che ha fatto traboccare il vaso. A bordocampo è sembrato meno carico, a tratti quasi assente. Un condottiero senza voce e con meno “garra”, come direbbe qualcuno. Insomma, le vie del Signore sono infinite, e per capire quale prenderà Antonio Conte bisogna ancora aspettare.