Ad un ricordo leghiamo delle emozioni: il concetto più basilare delle neuroscienze è proprio questo. Quando vediamo, in un evento sportivo, quei giocatori che escono dagli schemi, che con la loro qualità ammaliano il pubblico, le emozioni che proviamo in quel momento si cristallizzano. In un mondo pieno di regole, quel gesto estroso da parte di quel giocatore risuona come una pseudo libertà, una fuga dalla realtà: in un mondo di copie, la catena di montaggio si spezza magicamente. Legarsi ad un giocatore che non è mai sbocciato definitivamente, di cui però ricordiamo i picchi di maggior qualità, pensare costantemente a cosa sarebbe potuto essere senza eccessi, senza infortuni, è un evento canonico di chi ama lo sport. Tutti noi abbiamo un pupillo che sappiamo avrebbe potuto rendere di più. È successo con i vari Van Basten, Adriano e Pato. Questa, in termini cestistici, è la storia di Derrick Rose.
DALLE STRADE AL PARQUET DI CHICAGO
D-Rose è nato ad Englewood, uno dei quartieri più spietati per gang activities, nel South Side di Chicago, nel 1988. La famiglia fa di tutto pur di creare una bolla intorno a lui, per far sì che la strada non prenda la meglio. I Chicago Bulls avevano perso il fasto dei tempi di Michael Jordan, entrando in un periodo di profonda crisi di risultati. Il culto di MJ nella città, però, era ben instillato in ogni bambino con una palla da basket in mano. Rose non è da meno. Comincia così a muovere i suoi primi passi cestistici in High School, poi nell'università di Memphis, dove al tempo, ad allenare la squadra, c'era Rod Strickland, playmaker con 17 anni di esperienza in NBA. Il talento di Rose è cristallino, lo notano tutti: quando scende in campo sembra che le sue giocate vadano in 2x. L'agilità ed esplosività lo rendono un avversario inarrestabile per gli altri ragazzi. Nel 2008 si dichiara eleggibile per i Draft. Un assist alla squadra di Chicago, che stava pian piano riprendendo forma, nonostante nella stagione 2007-2008 fosse arrivata penultima nella Central Conference. Questo, però, si rivelò cruciale ai fini del destino, poiché i Bulls avrebbero avuto diritto ad acquisire la prima scelta: Derrick Rose. Neanche a dirlo, il primo anno in NBA conquista tutti tanto da vincere il ‘Rookie of the year’, l'esordiente migliore della lega. Media di 16.8 punti a partita, Eurostep, penetrazioni in area, dribbling e schiacciate da paura per il Point Guard levato alla strada. Il contratto da 22 milioni in 4 anni, poi, sistema la famiglia e permette al giovane Derrick di mettere i soldi come problema da parte.
'MVP, MVP, MVP'
Prendendo la scheda tecnica di D-Rose su ESPN, si può notare come la media punti tocchi un picco di 25.0, poi 21.0, per subire poi un calo notevole. Le sue giocate devastanti incantano il pubblico, e Rose, non ancora 22enne, viene elogiato da colleghi-avversari dal calibro di Kobe Byant.
La stagione 2010-2011 passerà alla storia, oltre che per il record di Chicago di 62-20, per il titolo di Most Valuable Player conquistato da Rose. Dopo una stagione clamorosa con 25 punti a partita di media, Derrick diventa il giocatore più giovane della storia NBA a vincere l'MVP. Alla premiazione, dalle tribune si alza il coro ‘MVP, MVP, MVP’, regalando un'aura di leggenda al momento. Iconica la risposta ad un giornalista, nel preseason, che gli chiese se avesse potuto mai ambire al blasonato titolo individuale.
‘THE ROSE THAT NEVER BLOSSOMED’
Ma qualcosa si spezza. Arriva il giorno della partita ‘maledetta’. 28 aprile 2012, prima gara di Playoff contro i Philadephia 76ers. Al quarto quarto, su punteggio di 99 a 87 per i Bulls, Rose prova a dribblare un avversario prendendo il terzo tempo. Facendo il primo salto, il ginocchio sinistro fa crack. Ad Icaro gli si sono sciolte le ali. Il ragazzo del ghetto che aveva rimesso Chicago ‘on the map’, risollevandola dalle macerie degli anni precedenti, cade con la sola colpa di essersi avvicinato troppo al Sole, il tempio dei giocatori più grandi di sempre. Perché in cuor suo, ogni amante del basket, quindi di Derrick Rose, sa che il destino gli ha negato l'Olimpo. Nella sua autobiografia, ‘I’ll show you', uscita nel 2019, racconterà l'esatto momento dell'infortunio.
L'INFORTUNIO - "Ricordo che quando sono caduto il legamento non si è completamente rotto. E’ successo dopo, quando vicino alla panchina dei Sixers mi sono portato le mani sulla testa. Allora ha ceduto e la gamba ha iniziato a tremare. E io non sentivo più niente, anche se riuscivo a camminare. Mi sono alzato e riuscivo a camminare. Ho letto che la gente pensa sia colpa di Thibs (l'allenatore del tempo nda), che mi ha fatto giocare troppo. Ma è colpa mia: ho deciso io di rimanere in campo anche quando non serviva, ho fatto io un movimento che non avrei dovuto fare”.
Il 29 ottobre del 2013 tornerà a giocare. La prima gara dall'infortunio è contro i Pistons e Rose ne metterà a segno 22.0. Bentornato servito. A fare di nuovo capolino, però, sarà un altro infortunio al ginocchio, quello destro, dopo nemmeno un mese dal rientro sul parquet di gioco. Gli anni fino al 2016 sono un calvario per Rose. Tutto culminerà nella trade più famosa del nuovo millennio, quando verrà ceduto ai New York Knicks. Il video del momento in cui l'ex MVP del 2011 riceve la telefonata del passaggio alla East Conference meriterebbe un articolo a parte. A distanza di tre anni, sempre nell'autobiografia, Rose dice di aver perdonato i Bulls, per averlo ceduto ad una squadra attrezzata per arrivare in fondo alla competizione. Dopo un anno di Knicks, l'arrivo ai Cleveland, quindi Minnesota, Detroit e il ritorno per tre anni a New York, Memphis sarà la sua ultima tappa cestistica. Tempo di raggiungere il career high di 50 punti, con annesse lacrime di gioia, che hanno contagiato i presenti al palazzetto e i tifosi del basket in generale, prima del ritiro annunciato tre giorni fa. Termina così la carriera del più grande ‘What If' della storia di questo sport. ‘The Rose that never blossomed’, ‘la rosa che non è mai sbocciata’.
D-ROSE, ICONA FUORI DAL CAMPO
Allen Iverson è stato il primo cestista a portare lo stile ‘gangsta’ della strada e del rap in NBA (chi se non lui). Molti testi di svariati artisti americani hanno come riferimento il basket. Da Quavo fino a Drake passando per Meek Mill e Kanye West, per citare alcuni esempi moderni. D-Rose, oltre ad icona in campo, è passato ad essere anche esempio per tutti quei ragazzi del ghetto che ambiscono ad una vita migliore. E chi se non con i rapper, per poter iconizzare una storia, quella del ragazzo dell'88, che ha raggiunto il successo dopo un'infanzia molto buia. ‘Started from the bottom now we here’ direbbe Drake.
Secondo un articolo di genius.com, Derrick Rose è il sesto giocatore di pallacanestro più citato nella storia del rap, 115 volte dal 2010 al 2017. Tra la più famose, ricordiamo ‘Derrick Rose’, canzone di Meek Mill facente parte del mixtape Dreamchasers e 'Furthest Thing' di Drake.
Fonte immagine di copertina: profilo Instagram Chicago Bulls