A tu per tu con Ivan Grieco, il telecronista degli esports

single

Era l’11 aprile del 1921 quando l’emittente “Westinghouse Station KDKA” di Pittsburgh, negli Stati Uniti, trasmise l’incontro di pugilato tra Johnny Dundee e Johnny Ray. L’incarico di commentare il match, il primo evento sportivo mai raccontato dal vivo in una radiocronaca, toccò a un giornalista del Pittsburgh Post, Florent Gibson, che seguì per dieci round gli scambi avvenuti sul ring del Motor Square Garden. A distanza di quasi un secolo, la radiocronaca è stata affiancata dalla telecronaca, e alcuni degli interpreti delle narrazioni in diretta sono diventati leggende: come dimenticare il ritmo frenetico di Giampiero Galeazzi, che nel 2000 sospinse Rossi e Bonomi alla vittoria dell’oro olimpico nel canottaggio, o i “campioni del mondo” di Nando Martellini, nel 1982, e di Fabio Caressa, nel 2006? Per non parlare dell’impareggiabile vena poetica di Victor Hugo Morales, il quale paragonò a un “aquilone cosmico” la straordinaria serpentina con cui Maradona superò la difesa dell’Inghilterra nella finale di Messico ’86.

Intanto, agli sport comunemente detti si sono aggiunti gli esports, competizioni che vedono sfidarsi pro players di videogiochi. Come le manifestazioni sportive più canoniche, anche questo nuovo mondo si è dotato dei suoi narratori, i cosiddetti caster: uno di questi è Ivan “Rampage In The Box” Grieco, ventisettenne romano che si è imposto in Italia nel commento del gaming professionale, nonché creator con un certo seguito su piattaforme come Youtube e Twitch. Con lui abbiamo parlato della nuova frontiera delle telecronache e della realtà esportiva.

ivan-grieco-caster-esports

(Fonte immagine: profilo IG @ivangrieco)

Dopo anni di gavetta sei diventato il più importante caster d’Italia: ci racconti il tuo percorso nel gaming?

«Ti ringrazio per l’appellativo, non mi piace definirmi così (ride, ndr). Da grande appassionato di videogiochi, nel 2008 ho intrapreso la carriera da player competitivo di Call of Duty. Terminate le superiori, ho iniziato a lavorare, per cui il tempo da dedicare all’allenamento stava venendo meno. Per non abbandonare il mondo del gaming e, avendo seguito sempre con grande interesse le telecronache calcistiche, mi sono lanciato nel commento delle partite online di COD. Poi sono arrivati gli eventi dal vivo, a cui ho presenziato pagando di tasca mia il necessario per le trasferte: tra il 2011 e il 2012, infatti, questi eventi non attiravano ancora grandi interessi economici. Nel frattempo ho cercato di affinare le mie qualità seguendo un corso di telecronaca sportiva organizzato da Marco Piccari, ex giornalista di Mediaset Premium. Infine, sono sbarcato sul web nel 2014, con il canale Youtube “Rampage In The Box”, a cui hanno fatto seguito, a partire dal 2017, anche le stream su Twitch.»

Nel 2018 hai fondato con Simone Trimarchi, uno dei primissimi caster italiani e assoluto precursore nel mondo esports, l’Associazione Italiana Caster: di cosa vi occupate?

«Ritenevamo giusto dare un punto di riferimento a chi vuole cimentarsi nel casting, un punto di raccolta per tutti i ragazzi che hanno commentato almeno un evento dal vivo sul territorio italiano. Al momento siamo un po’ fermi, chiaramente a causa del Covid-19, ma dopo l’emergenza contiamo di riprendere al meglio. Mi piacerebbe dar vita a dei corsi di formazione quando la figura del commentatore di videogiochi sarà considerabile un lavoro a tutti gli effetti, che permetta di vivere soltanto di questo.»

Se nello sport canonico il commentatore è sempre un giornalista, negli esports il discorso cambia?

«Non credo che il binomio giornalismo-telecronaca sia inscindibile, anzi: ritengo che per essere un caster o un telecronista sportivo non bisogni essere un giornalista. Ho avuto il piacere di commentare dei tornei di Fifa in compagnia di telecronisti di livello, uno su tutti Pierluigi Pardo, e ho constatato che in quanto a conoscenze calcistiche non si discostino molto da un appassionato molto esperto.»

Il caster, ancor più di un commentatore di uno sport canonico, deve stare attento, oltre che alla stagione dei pro player in campo, anche allo sviluppo delle dinamiche interne del gioco, gli ultimi aggiornamenti. Credi che sia condizione imprescindibile essere egli stesso un utente attivo del videogioco che è chiamato a castare?

«A livello tecnico bisogna conoscere il gioco che si va a commentare, sia se si è play-by-play caster (il telecronista che tiene le redini del commento, ndr), sia se sì è color caster (chi si occupa del classico “commento tecnico”, ndr). Sono tante le variabili in campo e non ci si può esimere dall’approfondirle.»

Quale trafila deve seguire chi vuole affermarsi in questo campo?

«Non c’è un vero e proprio percorso da seguire. Il mio consiglio è di scegliere un videogame di cui si è appassionati, farsi conoscere all’interno della sua community e iniziare a commentare delle partite online. Poi col tempo si entra in contatto con le tournament organizer, come PG Esports e Pro Gaming Italia, che potrebbero aprirvi le porte dei loro campionati.»

Quale genere di evento esports preferisci commentare?

«Sicuramente quelli dal vivo trasmettono più emozioni. Gli esports vissuti con la folla che fa il tifo all’interno di arene, cinema, teatri, le urla dei giocatori. Tutti dovrebbero partecipare almeno una volta a un evento del genere, è qualcosa di magico.»

…e quali eventi ricordi con maggiore affetto?

«In primis i tre Mondiali di Call of Duty che ho commentato negli USA: uno a Los Angeles, uno a Orlando e uno a Columbus. È stato eccitante commentare all’interno di uno stadio pienissimo l’evento più importante dell’anno a livello globale per quanto riguarda COD; inoltre è stato un onore rappresentare l’Italia nel mondo. Un altro evento che mi ha segnato sono state le finali italiane di COD, svoltesi nel 2017 nella PG Arena della Milan Gamesweek. Fu molto divertente condividere i microfoni con un mito come Guido Meda.»

ivan-grieco-esports-caster

Ivan Grieco presenta le finali italiane di Rainbow Six Siege. (Fonte immagine: profilo Twitter @Rampageinthebox)

Da una parte abbiamo la Serie A, in cui non tutti i club posseggono un team esports che li rappresenti, dall’altra il resto del mondo, in cui spiccano società che hanno addirittura investito sull’allestimento di squadre che competono in videogiochi che non siano di Fifa o Pes (per esempio, Call of Duty o League of Legends). Come ti spieghi il ritardo dei club italiani?

«Come in tutte le cose, in Italia abbiamo tempi molto più lunghi: la burocrazia e la legislazione non favoriscono l’avvento degli esports. Inoltre, a livello culturale siamo leggermente indietro. L’importante è che adesso si siano attivati un po’ tutti e sono sicuro che col tempo colmeremo questo gap.»

In particolare dall’Asia, arrivano immagini di interi palazzetti riempiti per assistere a tornei di League of Legends. In Italia la popolazione è mediamente ignorante in quanto a videogiochi e li condanna aprioristicamente. Trovi che ciò e la mancanza di investimenti nel futuro – questo è un problema che attanaglia il paese anche e soprattutto in questioni più “serie” – siano alcuni tra i motivi che impediscono l’arrivo del fenomeno esports?

«Non solo in Asia, ma anche in Europa: Polonia, Germania e Spagna sono avanti sotto questo punto di vista. Hanno infrastrutture consolidate, un livello culturale in materia videoludica più avanzato e la banda larga, che è un fattore importantissimo. In Italia siamo più “lenti” nell’affacciarci alle innovazioni, ma qualcuno ha notato le potenzialità del fenomeno esports. Spero che, a piccoli passi, si prosegua in questa direzione.»

In questa quarantena, in assenza di eventi sportivi, gli esports sono tornati con forza sulle reti di informazione sportiva: Sky ha trasmesso i gp di eFormula 1 – che hanno visto la partecipazione anche di atleti provenienti da altri settori, come Courtois e Immobile – ma anche i tornei di Fifa tra calciatori. Non dimentichiamo l’evento che hai commentato sabato scorso con Pierluigi Pardo, la Players Challenge, andato in onda su TIM Vision. Che sia la volta buona che il gaming in senso generale possa essere finalmente rivalutato?

«Diversi settori hanno risentito fortemente di questa situazione, non quello videoludico che, anzi, ne ha giovato. Tante persone che non avevano familiarità con questa realtà sono riuscite a intrattenersi guardando in TV volti noti, in particolare calciatori, disimpegnarsi pad alla mano in tornei di beneficenza. Sta passando un bel messaggio, che spero non venga dimenticato: in un momento così duro, i videogames sono stati d’aiuto.»

Ritieni che più che Youtube, sia stato Twitch la vetrina del gaming e dell’esports?

«Per via di una sensibile differenza di bacini d’utenza, Youtube permette di arrivare a un pubblico molto più ampio: è ancora la vetrina del gaming. Twitch resta la piattaforma di riferimento per il gaming competitivo, anche se le stream di videogiochi stanno cedendo il  passo al “just chatting”. Tuttavia, visto il grande flusso di utenti che sta fruendo dell’intrattenimento in diretta nell’ultimo periodo, consiglierei ai piani alti di Twitch di semplificare la piattaforma, affinché i neofiti possano muovercisi più agilmente.» 

A proposito di queste due piattaforme, da poco hai raggiunto due bei traguardi: i 100 mila iscritti su Youtube e i 1000 subs su Twitch. Quali progetti hai per il tuo futuro sul web?

«Nonostante sia un traguardo irrisorio oramai, sono molto contento per i 100 mila iscritti al canale: è un obiettivo che mi ero prefissato agli inizi. Il percorso su Twitch sta andando molto bene, la crescita è costante, anche a causa della quarantena: la community della piattaforma si è notevolmente espansa, sono comparsi tanti nuovi streamer e tutti stanno dando il massimo per strappare un sorriso alle persone a casa. Recentemente ho inaugurato un nuovo format, “Ciao Twitch”: è un riproposizione della trasmissione “Ciao Darwin” adattata alle esigenze del momento, con partecipanti che si collegano tramite le proprie webcam. Continuo a giocare a War Zone, la nuova modalità “battle royale” di Call of Duty Modern Warfare. Mi sta piacendo molto e spero di poter assistere e commentare altri tornei, come è avvenuto per il “Twitch Rivals”, a cui hanno partecipato Pow3r, Velox e GabboDSQ. Anche con Fifa il lavoro non finisce mai, grazie alle sfide organizzate dalla eSerie A. Devo dire che mi manca davvero tanto poter partecipare a eventi esports dal vivo.»

Qual è il tuo obiettivo come commentatore?

«Il sogno nel cassetto da diversi anni è la telecronaca calcistica. In alternativa, se restassi nel mondo esports spero di poter diventare un punto di riferimento per la community italiana quando il fenomeno diventerà mainstream, se mai avverrà.»