Volere, volere, volere sempre di più. Sembra questo il monito costante dell’uomo comune che non si accontenta di ciò che ha già o di ciò che ha ottenuto ma, attanagliato da una famelica brama di successo, assume le sembianze di una metaforica iena assatanata di prestigio. Come ogni atteggiamento, nell’immensa varietà del genere umano, questa attitudine può essere vista da due angolature: la prima mostra il lato esasperato della vicenda di chi fatica ad accontentarsi, privandosi del piacere di godersi ciò che ha, la seconda invece mostra il lato ambizioso dell’uomo che punta ad alzare sempre di più l’asticella dei suoi obiettivi.
Non esiste una scelta giusta o sbagliata di questo comportamento ma il giusto mezzo tra le due parti sarebbe l’esito migliore. In un mondo come quello del calcio che vive sulla smania di raggiungere traguardi, il tifoso spesso fatica ad accontentarsi della mediocrità o della costanza di un risultato come la vittoria di un titolo nazionale. A tal proposito, prendiamo ad esempio club come il Paris Saint Germain o il Bayern Monaco o, rimanendo in Italia, la Juventus: queste squadre hanno istituito una sorta di dittatura sportiva a livello nazionale che gli permette ogni anno di conquistare il campionato.

La classica festa del titolo del Bayern Monaco.
Queste costanti vittorie hanno contribuito ad alimentare l’odio dei tifosi avversari a fronte anche dell’insofferenza e dell’apaticità con cui i supporters parigini, bavaresi o juventini vivono questo successo costante: dà fastidio, in particolare, il fatto che non si accontentino di ciò che ottengono ogni anno. Ma, nell’analisi precedente delle ricezioni diverse di una vicenda, l’uomo fortunato non è gratificato dalla normalità e giustamente punta sempre più in alto: in questo caso calcistico alla conquista dell’Europa.
Accompagnati dalla colonna sonora degli sbeffeggianti cori “fino al confine”, “Jusqu’à la frontière” o “Bis zur grenze” queste squadre ogni anno cercano di sovvertire l’infausto destino europeo. Dato che il fallimento internazionale della Juventus è già stato ampiamente analizzato, quest’oggi noi di Numerodiez cercheremo di valutare le ragioni dietro le sfortunate e mediocri campagne europee del Bayern Monaco e del Paris Saint Germain, valutando anche i possibili rimedi che potrebbero adottare.

Le celebrazioni per la vittoria della Ligue 1 del PSG.
ECCESSIVA GRATITUDINE
Ormai data la frequenza di questa affermazione si potrebbe istituire una sorta di equazione: eccessiva gratitudine uguale a fallimento inevitabile. Come una sorta di comandamento inopinabile, questa operazione simbolica andrebbe affissa in ogni sede societaria perché ormai è conclamato come nel calcio, il riconoscimento verso campioni del passato sia un’inevitabile portatore di insuccessi futuri. Tanti sono gli esempi di questa affermazione ma mai ci si sarebbe aspettati che anche il Bayern Monaco potesse rientrare in questo sfortunato club. La storia insegna infatti che la rigida e pragmatica mentalità teutonica sia l’esempio lampante del fatto che nostalgia del passato e gratitudine non siano ammissibili per una rinascita. Vedere quindi il glorioso club della baviera percorrere da tempo la strada della mediocrità è alquanto inusuale.
La concretezza di questa realtà è ravvisabile nel fatto che nell’attuale organico del Bayern Monaco vi siano ben 9 giocatori artefici dell’ultimo successo europeo, datato 2013. È vero, molti di questi tra cui Boateng, Neuer, Javi Martinez e Müller al tempo della vittoria erano ancora fertili giovani su cui poggiare i successi futuri ma negli anni, come è inevitabile che sia, hanno perso la lucidità necessaria e probabilmente avrebbero dovuto lasciare spazio a nuovi innesti. La dura e inspiegabile opposizione della società non lo ha tuttavia permesso, portando a questa situazione.
Proprio l’organigramma societario è un’altra causa di questo inevitabile fallimento. Tra le tante colpe imputabili al presidente Uli Hoeness e a al direttore amministrativo Rummenigge vi è sicuramente l’assenza di una progettualità precisa e l’assenza di un freno inibitore ad uno spogliatoio ribelle. Alcuni giocatori, infatti, hanno assunto atteggiamenti da despoti obbligando la società, per esempio, ad esonerare Ancelotti per Heynckes o, come si teme a fine stagione, a salutare Kovac reo di aver alzato troppo la voce con qualche senatore del gruppo (Ribery, Robben, Lewandowski). Con le redini completamente perse da parte della dirigenza, sono arrivate alla società alcune critiche da ex giocatori come Breitner a cui in tutta risposta è stato vietato l’accesso allo stadio.
Nervosismo, confusione e perdita del controllo sono solo il contorno della situazione critica in cui tergiversa il Bayern Monaco e che hanno portato i bavaresi a faticare in patria e a fallire in Europa, sotto i colpi delle spagnole e delle inglesi. La creazione di un gap evitabile porta il Bayern Monaco a percorrere un’unica strada per colmarlo: quella di una rapida e cosciente rifondazione, sia sportiva che societaria. Un sentiero che i tedeschi sono stati da sempre abituati a percorrere e che, ora come non mai, devono ritrovare con umiltà e intelligenza.
RIVOLUZIONE INEVITABILE
Nei famosi scritti di Marx ed Engels veniva sottolineata più e più volte di come la rivoluzione fosse una componente inevitabile per ristabilire l’ordine tra le classi. Così, anche per riportare il Bayern fuori dall’oceano della confusione e condurlo verso la spiaggia della vittoria, sono necessari dei moti rivoluzionari sportivi e societari. La rifondazione, in questo caso dovrebbe partire dall’alto, dalla testa societaria dei bavaresi ovvero dal presidente. I soci del club, infatti, hanno più volte indicato come ormai il tempo di Hoeness sia giunto al termine. Gli atteggiamenti burberi e permalosi nei confronti di vecchie glorie (vedi Breitner) e la totale rottura con un’ala dei finanziatori, dovuta anche ai tre anni di carcere per evasione, hanno portato l’assemblea a individuare un sostituto, trovato nell’ex portiere dei bavaresi, Oliver Kahn.
Per quanto riguarda il resto della società, nonostante la totale assenza sul mercato nella scorsa estate, Rummenigge e Salihamidzic dovrebbero essere confermati e mettersi immediatamente all’opera. Prima di tutto facendo chiarezza sulla guida tecnica: Kovac ha ancora un anno di contratto con i bavaresi ma la stagione deludente ha portato più di qualche dubbio nei vertici societari. In particolare ha deluso l’incapacità nella gestione delle redini dello spogliatoio, più volte ribelle nei suoi confronti. Per ripartire serve un allenatore con quella leadership tecnica e caratteriale abituata a stare ad alti livelli. In questo senso i nomi di Allegri, Lopetegui o Mourinho potrebbero fare al caso dei bavaresi.
Passando poi all’arrivo di nuovi innesti, il Bayern ha bisogno di un’ingente campagna acquisti per ricostruire una squadra vincente. I ritiri di Ribery e Rafinha e le inevitabili partenze di Javi Martinez, Robben e di James Rodriguez infatti costringono la società bavarese a rompere il salvadanaio per cominciare a comprare. Il comandamento a cui devono sottostare nell’andare sul mercato, tuttavia, è quello che porta a profili giovani e di qualità. Operazioni come quelle di Pavard e di Lucas Hernandez, già ufficializzate, in questo senso tengono fede alla parola espressa ma devono essere seguite da ulteriori acquisti. Il Bayern, quindi, segue assiduamente profili come De Ligt e Zyech dell’Ajax, Sancho del Borussia Dortmund e Sanè del Manchester City oltre a restare all’erta per giocatori come Dybala e Bale. Un mix di esperienza e talento che si aggiunge a giovani già affermati, una miscela necessaria per far ripartire più forte di prima la macchina del successo targata Bayern Monaco.
TANTE STELLE CHE NON BRILLANO
Nell’analizzare e descrivere la situazione del Paris Saint Germain si potrebbe ricorrere ad una metafora virtuale: come nel celebre gioco di fifa un giocatore inesperto sarebbe portato a costruire la sua squadra solamente ammassando grandi nomi senza criterio; così la società parigina ha agito nell’edificare la sua squadra, unendo campioni del pallone senza un pensiero di fondo ben preciso. Il famoso gioco di calcio, tra l’altro, insegna come dietro la creazione della propria formazione sia fondamentale l’intesa tra i diversi giocatori per vincere trofei e campionati. Essendo chiaramente un gioco ispirato al mondo del football, questi valori rappresentano grandi verità anche nella realtà, sottolineando come il Paris Saint Germain sia una formazione costruita sul caso.
L’attuale squadra della capitale francese sembra un insieme di figurine da collezionare che sono solo belle da vedersi e niente più. E’ una squadra completamente sbilanciata verso l’attacco con un reparto offensivo pieno di fuoriclasse che colma delle mancanze tecnico-tattiche presenti in difesa e in mezzo al campo. L’assenza di un profilo come Rabiot a centrocampo capace di offrire quantità e qualità, ha mostrato tutte le lacune di una squadra che ha dovuto schierare due giocatori come Paredes e Draxler, talentuose riserve ma non titolari adatti ad una squadra con ambizioni da Champions. In difesa invece Thiago Silva, ormai in fase calante, non offre più le garanzie utili a dare sicurezza ad un reparto che, in Kimpembe e Marquinhos, non trova eredi degni del brasiliano ex Milan. Infine l’alternanza in porta tra Areola e Buffon ha evidenziato come il primo non abbia le qualità necessarie per prendersi la titolarità ed il secondo sia ormai alla fine della sua meravigliosa carriera.
Il Psg è una squadra di ipotetiche stelle che pecca di leadership e personalità ma soprattutto intesa. A tal proposito è doveroso sottolineare le imbarazzanti discussioni dello scorso anno tra Neymar e Cavani: come prime donne i due, pubblicamente ed in campo, litigavano per chi dovesse battere i rigori o per i premi in denaro, offrendo l’immagine di uno spogliatoio diviso. Per O’Ney tra l’altro si potrebbe aprire un capitolo a parte raccontando di come il fenomeno brasiliano arrivato per diventare l’uomo franchigia della compagine parigina tra sfortuna, atteggiamenti egoistici e comportamenti sopra le righe abbia finito inevitabilmente per consegnare lo scettro di leader ad un ventenne campione del mondo che in 41 presenze complessive ha siglato 36 reti e servito 17 assist. Kyllian Mbappè infatti, è stato il trascinatore del Psg a suon di gol e prestazioni da veterano e probabilmente l’unica nota positiva di una stagione che ha portato più delusioni che gioie.
L’annata 2018-2019 ha consegnato il sesto titolo negli ultimi 8 anni ma al tempo stesso è stata testimone di sonfitte clamorose come il 5-1 subito per mano del Lille, la sconfitta in finale di coppa di Francia contro il Rennes, e soprattutto la clamorosa eliminazione agli ottavi di Champions League per mano di un Manchester United rimaneggiato e battuto all’andata per 2-0. Un risultato clamoroso che va a sottolineare come il rapporto tra il Psg e la Champions League sia disastroso a fronte anche degli esiti degli anni scorsi che parlano di quattro uscite ai quarti di finale e due agli ottavi.
Dietro una normale inesperienza europea vi è un gap incredibile, in termini societari e progettuali, con i grandi colossi della Champions che arrivano al successo grazie ad investimenti importanti ma soprattutto indirizzati ad un miglioramento graduale. Il Paris Saint Germain ha i mezzi per arrivare in alto ma manca della coscienza e dell’intelligenza necessaria per farli rendere.
DITTATURA TECNICA
Nell’antico mondo romano il concetto di dittatura non era contraddistinto dall’accezione negativa che si è soliti dare oggi. In un periodo di confusione o di incertezza, infatti, il dittatore era visto come colui che con i suoi poteri incontrastati avrebbe potuto ristabilire l’ordine necessario al buon funzionamento del paese. Una sorta di soluzione finale a cui appellarsi per riportare tranquillità e ridare efficienza ad una nazione caduta in disgrazia per una democrazia che aveva assunto i tratti della pericolosa oclocrazia. Questa idea in un certo senso potrebbe essere applicata al Paris Saint Germain in cui l’influenza al potere è caduta in mano a troppe persone: con Al Khelaifi che suggerisce le formazioni, il Ds Antero Henrique che sceglie giocatori in totale autonomia e Neymar che sembra il principino a cui viene perdonato tutto, l’allenatore Tüchel ha perso la sua normale e doverosa leadership dello spogliatoio e del lato sportivo del club.
Questo atteggiamento, tuttavia, non è nuovo nella capitale francese: negli anni scorsi, infatti, ai vari allenatori che si sono susseguiti spesso sono stati imposti acquisti e cessioni di alcuni giocatori senza che questo potesse metterci parola. Come è normale che sia ogni mister ha bisogno di plasmare la propria squadra per arrivare al successo, pertanto l’imposizione di giocatori, seppur di primo ordine, non è una strategia portatrice di vittorie. In questo senso, ecco che la soluzione per uscire da questo stato di confusione sportiva e societaria potrebbe essere proprio l’istituzione di un manager all’inglese dotato di pieni poteri sia sul campo che nelle trattative. Tüchel, infatti, ha più volte sottolineato l’esigenza di alcuni giocatori giovani e talentuosi ma soprattutto adattabili al suo stile di gioco. Richieste ovviamente ignorate. Tra le caratteristiche di un allenatore talentuoso, tuttavia, vi deve essere anche la capacità di sapersi imporre sia nei confronti dello spogliatoio che della società: se Tüchel dovesse riuscirci potrebbe rimanere sulla panchina parigina altrimenti spazio ad allenatori alla Allegri, alla Mourinho o alla Conte profili dotati di grande leaderhsip e di un’importante esperienza europea.
Oltre ad un possibile cambio di guida tecnica e ad una maggiore definizione delle sfere di influenza all’interno della società, necessari e doverosi sono i nuovi innesti che dovranno andare a colmare mancanze e ad innalzare il livello qualitativo della squadra. Seguendo l’istruzione di un famoso detto che recita “Pochi ma buoni”, il Paris Saint Germain deve agire sul mercato in maniera oculata indirizzando le proprie risorse in reparti come la difesa e il centrocampo acquistando profili di qualità, giovani e con esperienza europea importante. Giocatori come Koulibaly e Pjanic, in questo senso, rappresenterebbero operazioni ottime per migliorare una squadra che necessita di pochi innesti ma di qualità. Talvolta, infatti, per migliorare una torta di qualità basta qualche ciliegina e non strabilianti quanto pacchiane decorazioni.
http:/https://youtu.be/dLPMv5RA55E
CAMPIONATI POCO ALLENANTE?
Terminiamo questa lunga analisi con una realtà che non si può ignorare: la scarsa competitività del campionato tedesco e del campionato francese. Nonostante nell’ultimo periodo si possa registrare un sostanziale miglioramento di alcuni club come il Borussia Dortmund o l’Eintracht Francoforte in Germania e il Lione o il Lille in Francia, il livello della Bündesliga e della Ligue 1 rimane basso. I larghi margini (la stagione in corso per il Bayern è un’eccezione) con cui solitamente le due squadre terminano il campionato in anticipo è indicativo dell’abisso qualitativo che intercorre tra loro e gli altri club del torneo.
Questa semplicità nel fare risultato in patria è sostanzialmente diseducativa e nociva per questi club che, una volta usciti dai propri confini, si trovano di fronte squadre più preparate tecnicamente e tatticamente che inevitabilmente li portano a figuracce. Senza addentrarci nella spinosa ed estrema soluzione dell’istituzione di una superlega, la soluzione più utile per ovviare a questa “carenza di mentalità” è l’istituzione di una filosofia di gioco e di una progettualità improntata su una precisa corrente di pensiero che non deve essere snaturata contro nessun avversario. In questo senso l’Ajax ne è un esempio: nonostante la poca competitività del campionato olandese, i lancieri hanno creato una propria filosofia di gioco che hanno applicato sia contro il Vitesse che il Real Madrid.
Il Bayern Monaco e il Paris Saint Germain usciranno da questo limbo di mediocrità solo grazie ad un progetto tecnico e societario importante che gli permetterà di spostare l’asticella verso la direzione europea e sfuggire finalmente ai cori canzonatori che li vedono padroni “solamente” fino al confine.