ESCLUSIVA – Dario Hübner si racconta: il bomber con la provincia nel destino

single

La carriera di Dario Hübner è stata atipica per il calcio che conosciamo oggi: tante stagioni di gavetta nelle serie minori per poi arrivare in Serie A a 30 anni. L’unico calciatore, insieme a Igor Protti, ad aver vinto la classifica cannonieri in Serie C, Serie B e Serie A. Il “Re operaio dei bomber di provincia”, ancora oggi Hübner è un simbolo di passione e sacrificio, è lui l’ospite del nuovo episodio del nostro format “Behind The Mask“.

Tanti aneddoti e retroscena, per poi arrivare ai suoi pensieri sul calcio di oggi. L’intervista integrale è disponibile nella sezione video della nostra applicazione, di seguito la trascrizione delle dichiarazioni di Dario Hübner.

DARIO HÜBNER A BEHIND THE MASK

Vorrei cominciare questa chiacchierata dall’inizio: dopo la terza media decidi di lasciare la scuola e andare a lavorare, cambi anche diversi posti di lavoro ma la tua vita sembrava andare in quella direzione. Cos’era il calcio per te in quel periodo?

“Era un divertimento, ho fatto gli esami di terza media venerdì e sabato mattina ero subito a lavorare. La scuola non era per me, negli anni ’80 il lavoro si trovava subito e mio padre mi ha detto: “Se non vuoi studiare vai a lavorare”. Lavoravo e giocavo per divertimento, com’era il mondo di una volta, c’erano quelli bravini che a 10/12 anni andavano alla Triestina e quelli che a 16 anni erano in prima categoria, io non pensavo sicuramente di arrivare in Serie A“.

In Serie A ci arrivi a 30 anni con il Brescia, l’esordio non poteva essere banale: gol a San Siro contro l’Inter, la tua squadra del cuore, davanti a decine di migliaia di spettatori e contro Ronaldo il fenomeno. Che ricordi hai di quel giorno?

“È stata una nottata un po’ particolare, verso le 23:30 c’è stato l’incidente di Lady Diana, per cui fino alle 3:30/4 di mattina ero sveglio per seguire le notizie. San Siro era tutto esaurito per l’esordio di Ronaldo, essendo uno stadio abbastanza perpendicolare sembrava di essere in mezzo con la gente che ti schiacciava, un’esperienza bellissima. Poi la partita l’abbiamo giocata, ho segnato ed è stata una soddisfazione grandissima. Alla fine è entrato Recoba, che ha fatto 10 partite in 5 anni e una l’ha fatta con me, ha segnato due gol e mi ha rovinato la giornata (ride ndr.)”.

Proprio contro l’Inter che, come hai rivelato tu stesso, si era interessata a te alcuni anni prima. Puoi raccontarci bene questa vicenda?

“Il mio procuratore mi ha detto che, quando Del Vecchio giocava a Venezia, l’Inter mi ha chiesto come terza punta. Del Vecchio era richiesto anche dalla Roma, quindi poteva decidere se andare nella Capitale oppure a Cesena per concretizzare lo scambio, lui era di proprietà dell’Inter, scelse la Roma e i nerazzurri presero Branca“.

Ti sei mai chiesto che piega avrebbe potuto prendere la tua carriera se la trattativa fosse andata in porto?

“No, perché non ci ho pensato tantissimo, è stata una trattativa particolare. Mi hanno sempre detto: ‘Sei il bomber delle provinciali’, quindi forse era quello il mio destino. Andando in una grande squadra avrei trovato davanti degli attaccanti fortissimi, magari avrei giocato pochissimo e nel giro di alcuni anni sarei tornato in Serie B. Ho fatto l’attaccante protagonista nelle provinciali e forse quello era il mio ruolo”.

A Brescia sei rimasto diversi anni, una piazza che ti ha amato veramente alla follia e lo dimostra ancora oggi, l’ultima stagione sei stato allenato da un grande come Carlo Mazzone, secondo te quali erano i suoi punti di forza che l’hanno fatto rimanere così tanto nel cuore della gente?

“Una persona onesta e schietta, non faceva mai giri di parole. Io sono andato in panchina con lui, dopo 3/4 partite in cui non riuscivo a trovare la porta. Mi ha dato un turno di riposo e l’ho accettato, poi sono entrato nel secondo tempo e ho segnato, ripetendomi la domenica successiva con una doppietta. Una persona con grandissima esperienza, conoscevano tutti  la sua carriera e la sua cultura calcistica, lo ascoltavi sempre senza se e senza ma“.

Mazzone era l’allenatore, in coppia con te invece c’era Roberto Baggio. Che rapporto avevi con lui?

“Una persona squisita, buono e allegro. Credo che se qualcuno dovesse litigare con Roberto abbia dei grandi problemi, è quasi impossibile. Ho avuto la fortuna di aver giocato insieme a lui, ma la sfortuna di averlo incontrato a 35 anni, quando non era più al 100%. Nonostante l’età e qualche problema fisico, fino al fischio finale dell’arbitro la partita non era mai finita, sapevamo benissimo che su tre punizioni due ne avrebbe buttate dentro, avevamo un jolly in squadra“.

A questo punto arriviamo ad un passaggio cruciale della tua carriera, una decisione di cuore che ha anche ispirato una canzone di Calcutta dal titolo “Hubner”: ti arrivano varie offerte per lasciare Brescia, alcune anche dalla Premier League, ma tu decidi di andare a Piacenza, una neo-promossa che però dista solo 40 minuti da Crema e quindi potevi rimanere vicino a tua moglie. È andata veramente così?

“La canzone di Calcutta l’ho sentita, me l’hanno mandata prima che uscisse, l’ho data subito ai miei figli e mi hanno detto: ‘Papà è molto bella, tu non lo capisci perché sei vecchio’. Gli ho dato il via libera, però è davvero una bella canzone”. 

“Sul trasferimento a Piacenza, invece, io e Roberto andavamo d’accordo ed eravamo grandi amici, ma tecnicamente era diverso: lui faceva la mezza punta e voleva un centravanti di sponda, mentre io attaccavo in profondità. Mazzone era a Brescia e giustamente ha scelto Baggio, per cui ho avuto una settimana di sbandamento quando ho dovuto cambiare. Mi ha chiamato Collovati, dirigente del Piacenza, proponendomi di trasferirmi lì. Avevo un amico, che aveva giocato con Novellino (allenatore Piacenza, ndr) e mi ha detto: ‘Vai subito, è un’ottima squadra ed è il tuo gioco’. Mi sono fidato ed è stata una scelta azzeccatissima”.

A Piacenza poi vivi una stagione memorabile, ti laurei capocannoniere con 24 gol e aiuti la squadra a ottenere la salvezza. A livello personale, è stata quella la stagione migliore della tua carriera?

“Sì, credo quella. Avevo una squadra che giocava per me e 24 gol in Serie A sono tanti. Abbiamo ottenuto la salvezza e per le provinciali è come vincere uno scudetto, non lo hai sulla maglia ma fare due anni di Serie A di fila, in queste piazze, è come vincere il campionato. Mi sono divertito perché avevo una squadra che correva per me, sono riuscito a fare tanti gol grazie a loro. La punta è brava perché fa gol, ma tanto merito è dei compagni, io ero quello che correva di meno ma sfruttava le occasioni”.

Dopo questa annata incredibile ti arriva una chiamata inaspettata, vieni aggregato al Milan per la tournée negli Stati Uniti. Com’è stato essere, anche per poche settimane, parte di una grande squadra per te che vieni dalla provincia?

“Inizialmente è stata una sorpresa, il mio procuratore si era messo d’accordo con il Milan ma non mi aveva accennato niente. Dopo essermi salvato con il Piacenza mi ha fatto i complimenti e mi ha avvisato di questa tournée con il Milan, non me l’aveva detto per farmi perdere la concentrazione sullo spareggio salvezza. Sono stati 12 giorni bellissimi, più che una soddisfazione è stata una grande impressione: entri nello spogliatoio dove sono passati grandi campioni, abbiamo fatto due allenamenti a Milanello e sembrava un piccolo paradiso, come se stessi vivendo in un’altra dimensione. Si sentiva una grande atmosfera, grandi giocatori, grandi personalità e una società organizzata, la differenza la senti”.

C’è mai stata l’occasione di rimanere al Milan?

“Da quello che mi hanno detto il Piacenza non voleva dei grandi soldi perché avevo già 35 anni, avrebbe preferito dei giovani per la prima squadra, ma il Milan non era coperto in alcuni ruoli e quindi è saltato tutto.

Oggi, però, il calcio è rimasta una tua passione e immagino che tu segua ancora la Serie A. Se dovessi dirmi tre giocatori che ti piacciono particolarmente del nostro campionato, chi sceglieresti?

Seguo sempre la Serie A anche se ultimamente mi diverto un po’ di meno, a parte alcune squadre, ad esempio l’Inter mi diverte. Mi ha impressionato Thuram, non ero convinto ma mi sono ricreduto alla grande, ho visto un grandissimo attaccante: corre, fa i movimenti ed è veramente bravo con i piedi, mi ha impressionato. Un giocatore che mi è sempre piaciuto, ma ultimamente era un po’ calato è Belotti: a Torino era il giocatore che mi piaceva più di tutti, oggi è tornato alla Fiorentina e può ritornare l’attaccante che piace a me. Leao è un giocatore che ha un passo in più degli altri, ma deve fare goal per diventare un leader di una squadra come il Milan, ha tutto per essere un top player ma senza quelle 10/15 reti all’anno non sei un top player“.

Chiudiamo con due pronostici. Secondo Dario Hubner, chi vince il campionato e chi vince la Champions League?

La Serie A credo l’Inter, è la squadra che gioca meglio di tutti, ha il collettivo migliore e nonostante tantissime partite ha sempre la squadra migliore da mettere in campo, grazie ai cambi. La Champions League è un terno al lotto, ma l’Inter può fare molto bene. Ci sono squadre come il Manchester City, il Bayern Monaco o il Real Madrid, è difficile. L’Inter l’anno scorso ha fatto un bel percorso arrivando in finale, quest’anno se la può giocare. Vincere lo scudetto sarebbe un valore aggiunto, può trasmettere la mentalità di non aver niente da perdere, possono fare bene in Champions League”.

 

SimoneS
Scritto da

Simone Borghi