Bellezza e fragilità. Potremmo racchiudere tra questi due estremi l’intera parabola calcistica di Javier Pastore, uno dei calciatori più eleganti del nostro tempo. Una visione bellissima da ammirare, il Flaco, come lo chiamano sin da bambino, col pallone tra i piedi è un’estasi per tutti i sensi, un piatto prelibato da gustare per ogni palato affamato di bel calcio. Tanta bellezza circondata da una fragile decadenza, come se il peso di quello splendore fosse troppo pesante da reggere, in grado di piegare le gambe e la schiena come un macigno da sostenere senza le forze adeguate. Un dono tragico, quello di un talento cristallino che non può essere contenuto in un corpo mortale, come quello di Nina Sayers, la protagonista del film Il Cigno Nero, distrutta dal peso insostenibile della sua bellezza. Un film, come quelli che Pastore ama vedere con la propria compagna di vita, a tal punto da recarsi in Italia appositamente durante la sua avventura parigina.
Mi piace tanto il cinema, con mia moglie ci andiamo tanto. In Francia non era semplice vederli in un’altra lingua quando avevamo un giorno libero venivamo a Roma con mia moglie per vedercene uno e tornavamo la mattina presto.
Un film, la carriera di Pastore, con la pellicola che coglie i dettagli di quella bellezza che il Flaco mette in campo, ma forse non riesce a renderla alla perfezione. Dai campetti di quartiere a Cordoba alla magnificenza di Roma, passando per la sublimità di Parigi e il sole che arrostisce la pelle di Palermo. Un’intera carriera segnata dalla bellezza e alla costante affermazione di essa, ma minacciata sempre dalla fragilità che tale espressione comporta. Questa è la storia di Javier Pastore, della sua grande bellezza, racchiusa da una fragilità proporzionalmente incombente.
LE ORIGINI
Questa storia comincia a Cordoba, città situata nel cuore dell’Argentina, alle pendici delle Sierras Chicas. Qui il piccolo Javier cresce col pallone costantemente tra i piedi, il suo unico pensiero fisso è giocare a calcio. Lo fa sempre, a scuola, a casa, in strada con gli amici. Partecipa a ogni torneo che si tiene nella sua città, vagando quartiere per quartiere, col padre Juan Carlos ad accompagnarlo pazientemente. Intanto questo ragazzino magro accresce il proprio talento, affina la propria arte. Con lo zio si allena in garage palleggiando con una pallina da tennis. “Se riesci a giocare con questa poi con quella più grande sarà più facile”, gli diceva. E infatti così è stato, col pallone tra i piedi è sempre stato tutto più facile per Javier.
Così il ragazzino cresce, vestendo prima la maglia del Talleres de Cordoba e poi quella dell’Huracan. Sembrerebbe il classico bildungroman di un giovane calciatore lanciato verso la gloria, ma in realtà la scintilla iniziale non ha dato subito vita a un fuoco ben nutrito. Dopo qualche partita in prima squadra col Talleres, Pastore torna a giocare con le giovanili, un duro colpo da digerire. Poi arriva l’Huracan, che vuole talmente tanto quel concentrato di bellezza che si affida a una holding esterna per acquisire il suo cartellino. Qualche problema burocratico gli impedisce di esordire, poi quando tutto si risolve arriva la frattura alla caviglia, prima avvisaglia di quella fragilità che minaccerà Pastore per tutta la carriera. Finalmente il Clausura 2009 segna l’esordio da protagonista assoluto per il Flaco. 8 gol in 31 presenze, un testa a testa perso all’ultima curva contro il Velez e la chiamata del destino.
Il piccolo Javier è cresciuto con un mito, Gabriel Omar Batistuta. La maglia giallorossa del Re Leone è stata una delle prime possedute, ricevuta in regalo dal papà. Poi c’è Cordoba, utero materno, città gemellata con Torino, dalla cui provincia, Volvera, proviene la famiglia di Pastore. Non poteva che esserci l’Italia nel destino di Javier, è chiaro, e la chiamata viene proprio da lì. In Argentina arriva un grande uomo di calcio, che risponde al nome di Walter Sabatini. Convincere mamma Patricia non è facile, come rivela l’allora DS rosanero in un‘intervista a La Repubblica, ma Palermo era iscritta a priori nel destino di Pastore. Una città che come il suo futuro numero 27 incarna gli stessi ideali di bellezza e fragilità. Una delle perle della penisola, scossa e dilaniata dagli orrori della mafia, tanto bella quanto maledetta. Javier si sposa perfettamente con la Sicilia. Il destino si compie, l’Italia chiama.
L’ESTASI
14 novembre 2010. Va in scena uno dei match più sentiti del campionato, ormai da qualche anno a questa parte un pallido ricordo: il derby della trinacria tra Palermo e Catania. In un Barbera adibito per l’occasione, al minuto 33′ Balzaretti raccoglie il pallone dalla sinistra, crossa al centro e, come il suo idolo da bambino Batigol, arriva Pastore che incorna di testa e insacca la rete che sblocca il derby. A inizio secondo tempo pareggia il Catania, con un gol di Terlizzi, ma appena un minuto dopo Miccoli imbecca ancora il Flaco che dall’angolo destro fa partire un tiro che buca un colpevole Andujar. Il Palermo è di nuovo avanti e a cinque minuti dalla fine Maccarone viene lanciato in contropiede, entra in area e scarico dietro dove arriva, ancora, Javier Pastore che di sinistro infila per la terza volta la rete rossazzurra. Finisce 3-1. La Sicilia si tinge di rosanero, le pennellate sono date con grazie ed eleganza dall’argentino con la numero 27 sulle spalle. Protagonista assoluto.
Pastore arriva a Palermo nel luglio 2009. Zamparini spende 6,5 milioni per portarlo sull’isola siciliana, una cifra che si mostra da subito ben ripagata. Appena arrivato nel ritiro austriaco, il patron rosanero ha voluto subito vedere all’opera il suo nuovo acquisto e il Flaco si rese protagonista di una giocata pazzesca, uno stop con tunnel a seguire, che fece addirittura piangere di emozione Zamparini, secondo il racconto di Walter Sabatini, il vero deus ex machina di questa storia. In Sicilia Pastore vive anni da assoluto protagonista, con due stagioni condite da 16 gol in 82 presenze, guarnite da una finale di Coppa Italia, la qualificazione in Europa League, la Champions mancata per un soffio.
Due sono i punti di riferimento di Pastore a Palermo. Il primo è ovviamente l’artefice di questa storia di bellezza assoluta, l’uomo che ha portato l’argentino in rosanero: Walter Sabatini.
“Mi parlava di tutto, di vita e di calcio. Ero come un figlio. Arrivato a Palermo non riuscivo a fare nulla, nemmeno in allenamento. Mi chiamava nel suo ufficio a rivedere la partita giocata la domenica. Facevano quaranta gradi in quell’ufficio e io volevo andare in spiaggia. Lui mi teneva lì a rivedere il match e mi diceva “riguardatelo tre volte e poi mi dici cosa hai notato”. Andava via e faceva le sue cose, dopo il novantesimo tornava e mi diceva “ok, cosa hai notato?”. E io rispondevo: “Direttore, ho fatto qualche giocata buona”. E lui ribatteva “no, qua hai alzato un braccio contro un compagno perché non ti ha passato la palla, qui non hai corso dieci metri indietro”. Mi segnalava una serie di cose che uno non vede a 19 anni. E lui me le ha fatte notare tutte. Sono stati dettagli importanti dentro e fuori dal campo. Calcisticamente mi ha aiutato tanto”.
Così Pastore ha raccontato il suo legame col re delle plusvalenze in un’intervista al sito ufficiale della Roma. L’altro cardine dell’esperienza del Flaco in Sicilia è stato Delio Rossi, allenatore che l’ha definitivamente valorizzato, cucendogli addosso quel ruolo da trequartista dietro le due punte da cui Pastore dispensava gioia e poesia con i suoi piedi dolcissimi.
Palermo ha poi portato la bellezza assoluta nella vita di Pastore, l’amore. Qui ha infatti conosciuto sua moglie, Chiara Picone. È bastato un gelato per conquistare l’amore della sua vita al Flaco, un gesto semplicissimo, quasi l’opposto delle laboriose giocate di cui dava sfoggio in campo. Con l’amore poi la bellezza assoluta si è tramutata in due splendidi figli, Martina e Santiago.
LA SUBLIMAZIONE
2 aprile 2014. il PSG ospita il Chelsea nell’andata dei quarti di finale di Champions League. I francesi sono avanti col risultato di 2-1, un margine che certamente non fa stare tranquilli. Al calar del tempo, quando gli ultimi sprazzi di magia si fanno ancora più intensi, sale in cattedra Javier Pastore che dalla fascia destra si libera di tre uomini, entra in area e buca Cech, fissando il risultato sul 3-1. Un lampo di bellezza cristallina, il gol più bello della carriera del Flaco, almeno a detta del diretto interessato.
I due anni eccezionali in Sicilia, soprattutto l’ultimo, valgono a Pastore la chiamata del PSG, astro nascente del grande calcio internazionale del tempo, ai primi passi nel mondo dei grandi. Era l’estate 2011, con la cifra allora monstre di 43 milioni di euro il Flaco diventa il calciatore più pagato della storia della Ligue 1. Anche Parigi era scritta nel destino di Pastore, come Palermo. La città dell’amore non poteva non accogliere un uomo che ha fatto della bellezza la cifra assoluta della propria creatività, che vive e gioca per quel lampo di pura estasi, quell’armonia perfetta di una giocata esteticamente appagante. Infatti i tifosi parigini si innamorano immediatamente dell’argentino, dei suoi tunnel, della sua eleganza uscita direttamente dalla belle époque.
Ma bellezza nell’esperienza di Pastore si accompagna a decadenza e quell’incanto estetico si rivela troppo fragile. Dopo le prime stagioni, la stella del Flaco inizia a brillare sempre meno, solo a fiammate. Gli infortuni, l’arrivo di stelle ancora più luminose, Pastore piano piano finisce ai margini del PSG, incantando di tanto in tanto quei tifosi che, nonostante tutto, sono rimasti innamorati, da buoni parigini amanti della bellezza. Quei lampi assoluti con cui l’argentino scalda i cuori del Parc des Princes, come quella magia contro il Chelsea, restano scalfiti nell’immaginario collettivo.
Pastore rimane a Parigi sette stagioni, vivendo le ultime da comprimario, scalzato del suo ruolo da protagonista. Sette anni in cui ha contribuito a scrivere la storia del PSG, conferendo alla squadra quell’aura di grande società che l’ha portata nell’olimpo del calcio. Pastore è stato il primo grande colpo del PSG degli sceicchi, la testimonianza che nella capitale transalpina le cose stavano prendendo una piega ben più seria. Per quel che ha potuto Javier ha ripagato quel compito da messia che gli è stato cucito addosso, ma quel macigno ha gravato troppo su un’anima fragile come la sua, eterea e cristallina, bellissima, ma cagionevole. Dopo sette anni il destino torna a chiamare, iconico come sempre. Tutta quella bellezza così fragile non poteva che finire nella città in cui bellezza e fragilità hanno sviluppato un livello di simbiosi talmente alto da risultare ormai inscindibile. Non poteva che finire a Roma.
LA DECADENZA
27 agosto 2018. La Roma ospita l’Atalanta nella seconda giornata di campionato. Dopo appena due minuti di gioco Florenzi imbecca Ünder in verticale, il turco dall’out di destra avanza, rientra sul sinistro e crossa al centro, pescando il Flaco che s’inventa un colpo di tacco surreale, che spedisce il pallone alle spalle di Gollini. L’Olimpico è in visibilio, Pastore ha illuminato la notte romana con tutta la sua bellezza, tirando fuori una giocata inspiegabile, che riuscirà addirittura a ripetere qualche giorno dopo contro il Frosinone.
Quei due lampi, poi praticamente il nulla. Pastore si fa male al derby e sparisce dai radar, fino all’autunno scorso, quando è tornato a deliziare i tifosi giallorossi con un filotto di prestazioni sublimi, prima di sprofondare di nuovo nel baratro della sua cronica fragilità. La città eterna si è dimostrata particolarmente dura col talento albiceleste, qui la sua fragilità ha raggiunto vette troppo elevate, rischiando di sovrastare persino quei lampi di bellezza pura che il Flaco sa regalare. La decadenza romana, papalina e borghese, ha effigiato Pastore, rendendolo come quei vicoletti di Trastevere bellissimi ma malconci.
La bellezza effimera di Pastore è riuscita a incantare la città eterna solo per brevissimi istanti, rimasti comunque scalfiti nel marmo che adorna le zone limitrofe dell’Olimpico. Nella città più bella e decadente che ci sia si consuma la parabola della bellezza incarnata in due piedi e un corpo troppo fragile per reggere un carico così enorme. Tutto ciò che rimane sono dei lampi estemporanei, quasi irreali, come dei trip di qualche droga purissima. Un effetto estetizzante, tendente alla perfezione, una goduria che solo la bellezza assoluta può regalare. Javier Pastore è stato tutto questo, un Diez troppo bello per essere vero, troppo fragile per essere efficace, ma così in grado di far innamorare chiunque venga rapito dall’eleganza di ogni sua giocata.