Rimini, 20 gennaio 1920. Viene al mondo una delle più grandi menti della storia del cinema, in grado di imporre il proprio nome e quello dell’Italia e di scrivere pagine eterne, ancora oggi ben vivide nelle menti di appassionati e addetti ai lavori. Un secolo fa nasceva quel genio che di lì a breve sarebbe stato Federico Fellini. Il regista italiano per eccellenza, candidato svariate volte per gli Oscar, riconoscimento onorario che ha vinto nel 1993. Spaziare nella sconfinata e ricchissima produzione felliniana è impresa ardua e significativa, ma se c’è un film che forse più di altri è rimasto inciso nella mente del pubblico è, senza dubbio, La Dolce Vita.

LA ROMA DELLA DOLCE VITA

La Dolce Vita è un ritratto a pennellate vivide di una Roma borghese e decadente, attenta più all’apparire che all’essere, tutta immagine e poca sostanza. Fellini racconta le notti di Via Veneto, i circoli dell’élite romana, con una cura del dettaglio impressionante. Il lavoro del regista riminese diventerà un vero e proprio inno, quello alla goduria del laissez-faire, della spensierata buona società romana, felicemente viziata e inconsapevolmente vuota. Una scena, tra le varie, disegna la cartolina del capolavoro felliniano: il bagno nella Fontana di Trevi di Anita Ekberg.

Quell’immagine è diventata il simbolo della dolce vita romana. Quel mix di bellezza e trasgressione, la stupenda attrice che si bagna in uno dei monumenti più belli della città eterna, impegnata in un atto di cui tutti, più o meno consciamente, ci saremmo voluti rendere protagonisti. Il bagno nella Fontana di Trevi ha acquisito un significato storico e fortemente simbolico, ha incarnato in se i valori di impossibilità da raggiungere e di trasgressione da trasgredire. Idealmente, quel bagno è stato un atto di liberazione e di celebrazione di un’intera generazione, che ha voluto identificarsi in Anita Ekberg ed essere protagonista della propria esistenza, a stretto contatto con la perfezione marmorea del Bernini, con l’arte senza tempo.

Via Veneto, Fontana di Trevi, il bagno, l’acqua. Tutto ciò ci porta alla dolce vita e a Roma, cosa c’è di più dolce di una vittoria della propria squadra, magari in un derby? Il sogno proibito di tanti romani, che siano giallorossi o biancocelesti, magari cresciuti con quell’immagine della dolce vita ben radicata nel proprio entroterra culturale, è proprio il festeggiamento catartico nelle acque della città eterna. Immergersi nella storia, tuffarsi in una fontana, essere accolti come parte integrante di Roma. Recuperare un rapporto primigenio e artistico con le proprie radici. C’è chi l’ha fatto, assurgendo a simbolo di un’intera tifoseria. Ha vinto, si è bagnato nelle acque sacre ed ha immortalato la propria essenza nella dolce vita romana. Proprio come Anita Ekberg.

Un frame del film “La Dolce Vita” di Federico Fellini

LA DOLCE VITA BIANCOCELESTE

La vita a Roma è particolarmente dolce dopo la vittoria di un derby. I festeggiamenti nella città eterna sono sempre pittoreschi, alcune volte esagerati, ma spesso iconici. È il caso di Delio Rossi, comandante della lazio che il 10 dicembre 2006 sconfisse col netto risultato di 3-0 i rivali di sempre. Una vera e propria impresa per i biancocelesti, che in un derby di campionato non avevano mai vinto con un divario così ampio. I giallorossi, secondi in classifica e con la migliore difesa del campionato, si approcciano alla stracittadina da favoriti ma, come ben si sa, il derby è un match che rifugge determinati preconcetti. Infatti la sfida sembra subito tingersi di biancoceleste e al minuto 44′ la Lazio concretizza, trovando un gol stupendo con Ledesma. La ripresa parte malissimo per i giallorossi: dopo sette minuti Doni atterra Pandev in area. È calcio di rigore: dal dischetto va Oddo che trasforma e porta la Lazio sul 2-0. La Roma naufraga, la Lazio ne approfitta e chiude il match con Mutarelli a un quarto d’ora dalla fine. Triplice fischio, 3-0. Goduria biancoceleste.

Il risultato è storico, ma il dopo partita si fa eterno. Nei convulsi festeggiamenti l’allenatore biancoceleste Delio Rossi si rende protagonista di un atto che rimarrà nella storia di Roma. Il tuffo nella fontana del Gianicolo, che valse a Delio Rossi lo scherzoso epiteto di Mister Ok, dal celebre bagnino che ogni primo dell’anno si getta nelle acque del Tevere. Per i laziali invece, quel gesto rimane uno degli atti d’amore più memorabili fatti per la loro squadra. A Roma nulla accade per caso, un’impresa storica andava festeggiata con un gesto storico, con l’immersione nelle acque e la riemersione come figlio di Roma. Il tutto nella splendida cornice del Gianicolo, nella Fontana dell’acqua Paola, quel Fontanone che, ironia della sorte, Venditti cantava nella sua Roma Capoccia.

Ma c’è altro dietro al gesto di Delio Rossi. C’è il profano che incontra il sacro, l’arte che incontra il divino. Il tuffo di Delio Rossi è infatti un voto, che il tecnico biancoceleste ha fatto a Suor Paola, storica tifosa della Lazio. Roma la notte tra il 1o e l’11 dicembre del 2006 è divenuta, di nuovo, la location della dolce vita felliniana, tinta di biancoceleste. Al posto di Anita Ekberg c’era Delio Rossi, il Fontanone sostituisce Fontana di Trevi. Ciò che non cambia però è quell’aura di decadenza morale, inconsapevole e quindi felice, che solo Roma sa regalare a situazioni che dovrebbero apparire fuori dal normale, ma che si cristallizzano in una sacralità eterna, come la città che fa da cornice.

La Fontana dell’acqua Paola, Roma

LA DOLCE VITA GIALLOROSSA

Dodici anni dopo il derby del tuffo, come è passato alla storia quel 3-0 biancoceleste, la storia si ripete, con scenari totalmente opposti. A bagnarsi nelle acqua romane stavolta sarà uno che figlio di Roma non sarà mai riconosciuto, anzi, ma che per una notte è riuscito a vivere quell’esperienza mimetica e catartica tra le acque capitoline. È il 10 aprile 2018, va in scena il match tra Roma e Barcellona. L’impresa giallorossa è nota e stranota, quella notte qualcosa di straordinario, di mistico e divino, è successo all’Olimpico, ha guidato il pallone di Ünder sulla testa di Manolas, alle spalle di Tre Stegen, portando i giallorossi in semifinale di Champions League. La Roma batte 3-0 il Barcellona, rimonta il 4-1 dell’andata. Nella città esplode la festa e si materializza, di nuovo la dolce vita. I tifosi fanno festa a Ponte Milvio, nella cornice eterna del Colosseo, alcuni a Piazza del Popolo. Qui, tra la folla, è presente anche il presidente giallorosso James Pallotta, che si rende protagonista del tuffo nella Fontana dei Leoni nella celebre piazza romana.

Anche qui l’impresa storica si fa eterna, cristallizzata dalle acque di mamma Roma, indulgente anche con chi, forse, non ha sempre dimostrato di meritare l’amore della città eterna. Ma Roma quella notte si sente particolarmente buona, ama incondizionatamente e si concede anche al conquistatore americano, come in tanti film di circa un decennio antecedenti alla Dolce Vita. Stavolta non c’è neorealismo, non c’è l’americano che viene e libera l’Italia, i giallorossi di lì a poco sarebbero stati eliminati dal Liverpool e oggi quel traguardo e un pallido ricordo, con la società giallorossa che sta passando nelle mani di Friedkin. Per una notte però James Pallotta è stato quel soldato americano vessillo della libertà, salvatore di Roma e idolo del popolo.

La dolce vita si è tinta di giallorosso quella notte tra il 10 e l’11 aprile 2018. Anche qui al posto di Anita Ekberg c’era James Pallotta, la Fontana dei Leoni al posto di Fontana di Trevi. Ma ancora una volta quella decadenza che permea tutta La Dolce Vita era ben presente, il peccato si fa preghiera, la legge viene infranta ma senza alcun rimorso morale. Un americano diventa per una notte figlio di Roma, per quella sola notte, grazie alla miracolose acque che hanno bagnato, bagnano e sempre bagneranno le notti della dolce vita romana.

Una vista di Piazza del Popolo, Roma

DaniloD
Scritto da

Danilo Budite