La Red Bull decide di investire prepotentemente nel calcio. Siamo agli inizi degli anni 2000. La prima squadra a mettere le ali è il Salisburgo, acquistato nel 2005, subito affidato nelle mani di Giovanni Trapattoni. Poi dall’Europa si passa Oltreoceano. Prima New York, poi Campinas, dove nasce il Red Bull Brasil. E dopo Austria, Usa e Brasile, gli occhi della multinazionali si spostano nell’ex Germania Est.
DA DRESDA A LIPSIA
La scelta di puntare sulla parte meno avanzata del paese, nell’orbita sovietica fino a pochi anni prima, è dipesa dalla presenza radicata di squadre di alto livello nella parte occidentale del paese, cosa che avrebbe reso molto difficile rilevare una squadra senza le proteste dei tifosi. La squadra scelta fu quindi la Dinamo Dresda, club del capoluogo sassone. La società, all’epoca a galla tra seconda e terza divisione, venne però scartata dagli austriaci. La gestione amministrativa e sportiva fu giudicata pessima, l’impianto con capienza troppa ridotta e il seguito di ultras della Dinamo troppo violenti. Da Dresda, i milioni Red Bull cambiano direzione. La città ideale dove porre le fondamenta per un nuovo progetto è Lipsia. Infatti, nonostante la grande rilevanza che la città ha sempre avuto nel calcio tedesco e l’ampio bacino di utenza che poteva facilmente offrire, vista la recentissima costruzione del Zentralstadion, all’epoca mancava una squadra di punta. Nel 2006 il primo tentativo di acquistare il Sachsen, nato nel ’90 dalle ceneri del Chemie, tradizionalmente seconda squadra di Lipsia. La squadra versava in pessime condizioni societarie ed economiche, ma la trattiva saltò per le proteste della tifoseria, riluttante nei confronti della multinazionale. Su consiglio di Michael Komel, gli austriaci spostarono il loro interesse nell’SSV Markranstadt, squadra della NOFV-Oberliga, la quinta serie regionale, equivalente della nostra Eccellenza.
IL METODO RED BULL
Nonostante i moti di protesta che portarono alcuni tifosi a spargere diserbante sul campo dello stadio cittadino, l’am Bad, e a boicottare i prodotti e cartelloni pubblicitari della multinazionale, il 19 maggio 2009 la Red Bull acquistò il titolo sportivo dell’SSV. Oltre al Markranstadt, nella nuova società vennerò inglobate 4 squadre giovanili del Saschen. Inoltre la Red Bull garantì la sopravvivenza del SSV, fatto ripartire dalla settima serie ma economicamente salvo. Per il divieto delle federazione tedesca di inserire marchi commerciali nel nome del club, fu impossibile seguire l’iter delle altre squadre della galassia Red Bull. Il compresso si trovò comunque, infatti “RassenBallsport Leipzig“, letteralmente sport della palla sul prato, è abbreviato in “RB”. La veloce risalita dalla quinta serie porta nel 2015 alla seconda serie e all’ingaggio come Ds e manager di Ralf Ragnick. L’arrivo del direttore tedesco segna la definitiva impennata del progetto austriaco. Il piano della multinazionale prevedeva infatti un piano di investimenti da 100 milioni di euro in 10 anni, per arrivare a vincere in Germania e competere in Europa. A differenza dei vari sceicchi che all’epoca iniziavano a cannibalizzare la Premier League, il piano Red Bull vanta una struttura nettamente più solida, non limitata a spese folli, ma capace di creare un modello di crescita per allenatori e giocatori. Grazie a Ragnick, questo modello vede la sua forma sempre più definita. In poche stagioni il Lipsia raggiunge la Champions League, ma non solo. Dalla scuola Red Bull e dalla driezione Ragnick escono allenatori come Niko Kovac, Oliver Glasner, Adi Hutter, Marco Rose, Ralph Hasenhuttl, Julian Nagelsmann, Thomas Tuchel, Jesse Marsch e, per ultimo, Alexander Blessin.
LA RED BULL A GENOVA
Proprio Blessin è stato scelto da Johannes Spors, altro allievo dell’attuale allenatore dello United, per guidare alla salvezza il Genoa. I rossoblù, grazie alla nuova proprietà, 777 partners, sono la prima squadra italiana a sposare il modello Red Bull. Dopo la pessima parentesi Sheva, infatti, la scelta dell’ex ds del Vitesse, ha segnato in modo inequivocabile una rottura con il passato, per quella che è una vera e propria rivoluzione. Miglior tecnico del Belgio lo scorso anno e capace di tenere l’Oostenda in zona salvezza questa stagione dopo una campagna cessioni estiva da 25 milioni di euro, Blessin ha lavorato a stretto contatto con Spors durante la sua esperienze alle giovanili del Lipsia. Il suo arrivo a Genova ha scosso l’ambiente, ma per prendersi il Genoa e stregare i tifosi sono bastati pochi giorni, capaci di revitalizzare un ambiente a pezzi. Anche il calciomercato ha seguito la rivoluzione societaria. Oltre alle 12 cessioni, una vera epurazione di ciò che aveva lasciato la gestione Preziosi, la campagna acquisti ha portato giovani pronti e di grandissima prospettiva come Frendrup dal Brondby, Gudmunsson dall’Az, Yeboah, il colpaccio Amiri dal Bayer, Piccoli ed Hefti. Ora per raggiungere la salvezza ci sono 15 partite da giocare “come andare a caccia”, ha promesso Blessin. Caccia che porterebbe la salvezza più importante della storia recente del Grifone. In caso di permanenza in A potrebbe infatti da subito, l’anno prossimo, costruire un progetto europeo, le cui basi sono già state gettate nello scorso calciomercato. Un progetto, dunque, sulla falsariga di quello Lipsia. L’obbiettivo, quello di far tornare a sognare una piazza che abituata ad anni di sofferenza, ora vede la luce in fondo al tunnel del Ferraris. Una luce figlia di quella Scuola Red Bull capace di stravolgere il calcio europe0, che ora punta al Belpaese. E tutto passa dalla salvezza della sponda rossoblù della Superba.