Il 28 dicembre del 1895, nel seminterrato del Salon Indien du Grand Café di Parigi, Louis e Auguste Lumière decisero di rivelare al mondo la loro ultima invenzione, il cinematografo, un insospettabile marchingegno che, a loro insaputa, avrebbe cambiato la storia dell’uomo. Da quel momento in avanti, il cinema avrebbe assunto la funzione di incantare, permettendo alla gente di tuffarsi in luoghi immaginari e tempi remoti, fuggendo dalla realtà, anche se solo momentaneamente. L’arte nella sua forma più libera e immersiva, la bellezza che esplode davanti agli occhi.
Nel calcio, per il calcio, Pelé è stato tutto questo. Un precursore che ha divulgato al pianeta una nuova maniera di intendere e pensare il futebol. Un futebol bailado, ritmato, leggero, immaginario e funambolico. In poche parole, la luce riflessa del termine meraviglia. Pelé lo ha concepito e spiegato quando nessuno, nemmeno in Brasile, pensava esistesse un modo diverso di giocare con quella magica sfera di cuoio, se non con le geometrie, l’ordine, la tattica e la corsa. Poi, proprio come fecero i fratelli Lumière, un’idea ha rivoluzionato il corso degli eventi, condizionandoli.
Pelé e il cinema. Due universi paralleli che si sono incontrati, stringendo un legame forte e duraturo. La leggenda del Santos, tra un gol e l’altro e dopo avere appeso gli scarpini al chiodo, ha avuto modo di diventare una stella della settima arte. D’altronde, Pelé è stato l’essenza del bello, esattamente come il cinema.
LA ROVESCIATA PERFETTA
Documentari, film e serie televisive. O Rey ha fatto tutto, interpretando sé stesso e personaggi di fantasia, esibendo doti recitative non comuni a personaggi abituati ad altri tipi di palcoscenici. Una figura perfetta per il piccolo e per il grande schermo. Un’aura catartica capace di esprimere all’ennesima potenza il concetto di stupore.
Probabilmente, non a caso, l’immagine più iconica della carriera di Pelé è stata ripresa da John Houston nel 1981. Niente stadi, niente pubblico, nessuna partita ufficiale. La sua giocata più famosa, la fotografia della sua vita, è in “Fuga per la vittoria”. Un gesto tecnico ai limiti della perfezione, una rovesciata armoniosa e incredibilmente cinematografica, tanto da sembrare finta, che richiese solamente un ciak e il cross al bacio di un altro campione, Bobby Moore.
O Rey, nella pellicola in cui recita anche Sylvester Stallone, interpreta un americano finito in un campo di concentramento nazista in qualità di prigioniero di guerra, Luis Fernandez. La partita più importante della sua esistenza la gioca in Germania, contro una squadra di matrice tedesca. All’ultimo istante, come nei sogni, la decide lui, con l’acrobazia per antonomasia, la chilena più bella di sempre.
Pelé, prima di arrivare all’apice della sua avventura cinematografica con il capolavoro di Houston, con cui lavorerà ancora nel 1983, ha fatto gavetta in Brasile. Tanti ruoli diversi, mettendo in campo una poliedricità fenomenale. Dalla commedia “O Barão Otelo no Barato dos Bilhões” del 1971, la cui storia ruota attorno a una truffa nel totocalcio brasiliano, passando per “Os trombadinhas” del 1979, i borseggiatori, e “Os Trapalhões e o Rei do Futebol”del 1986. Oltre al genere leggero per eccellenza, Pelé è stato anche protagonista di film socialmente impegnati, come “A marcha” del 1972, in cui veste i panni del leader di un movimento antischiavista.
STAR ANCHE FUORI DAL CAMPO
Dopo aver recitato in patria, O Rey riceve la chiamata a stelle e strisce. Un intero popolo innamorato, dopo averlo visto all’opera con i New York Cosmos. Nel 1983, in “A minor miracle”, film nel quale interpreta sé stesso, si prodiga per salvare un orfanotrofio. Quattro anni più tardi in “Hotshot”, sempre nella parte di Pelé, si trasforma in un insegnante di calcio il cui compito è svelare i trucchi della sua arte a un ragazzo che sogna di imitarne le gesta. Il tutto, nel bel mezzo di una giungla alle porte di Rio de Janeiro, dove abita.
Il ruolo più caratteristico, quello più insospettabile, è quello che lo vede calarsi nella parte di un gangster. In “Pedro Mico”, Pelé vive una vita sregolata a base di violenza, abuso di alcol e divertimento poco ortodosso. Terrifica la sua favela facendo a botte, rubando e commettendo un omicidio. Chi lo avrebbe mai detto?
Indubbiamente, però, il filone cinematografico che ha più a che fare con la Perla Nera è quello del documentario. “Isto è Pelé”, del 1974, è il più evocativo, con oltre un’ora di video di repertorio che lo ritraggono all’opera durante i tre mondiali vinti con il Brasile. Altrettanto d’impatto è “Once in a lifetime” del 2006, il racconto dell’ascesa dei Cosmos e dell’arriva nella Grande Mela di O Rey. Nel 2021, infine, Netflix ha distribuito “Pelé: il Re del calcio”.
Pelé è stato tutto, prima di tutti, anche nel cinema. Un protagonista in campo e sullo schermo. Fenomenale in ogni ambito. Quando si tenta di fare inutili paragoni, provando a classificare giocatori diversi di epoche diverse, c’è il rischio di scadere nel superficiale. Per questa ragione non ha alcun senso incasellare Edson Arantes do Nascimiento. L’unica certezza è che la leggenda del Santos ha mostrato una via che, successivamente, i più grandi hanno percorso, quella dello stupore. Esattamente come i fratelli Lumière fecero con il misterioso marchingegno chiamato cinematografo il lontano 28 dicembre 1895.