“Die Mauer muss weg”. Il muro deve cadere. Le parole che avete appena letto, pur ricordando discorsi di leader politici che chiedevano a gran voce la riunificazione della Germania, come Ronald Reagan davanti alla Porta di Brandeburgo il 12 giugno 1987, appartengono alla leggenda calcistica di un club unico, l’Union Berlino. I tifosi, nel corso degli anni ’80, si narra che le declamassero utilizzandole come canto da stadio prima di ogni punizione, facendo riferimento alla barriera, in campo e fuori.

Calcio e politica, da sempre, si sono stuzzicati a vicenda, intrecciando rapporti più o meno leciti. L’Union Berlino, in questo senso, lo ha fatto in modo genuino e perentorio, senza mai nascondere la propria identità ribelle e liberale. Una società storica, mitica, fuori da ogni tempo, una meravigliosa utopia trasformata in realtà.

L’Union è questo e tanto altro. È passione viscerale, disinteresse, sacrificio, armonia con la natura, rivoluzione e, soprattutto, resistenza. Resistenza contro il calcio moderno, illusorio ed effimero, controllato dal denaro, distante anni luce dall’ideale di fußball della gente incarnato dal club di Köpenick.

PUNK, SKINHEAD E DISSIDENTI

Köpenick, il cuore pulsante della nostra storia. Un quartiere di Berlino popolato da poco meno di 60 mila anime, situato all’estremo sud-est della capitale tedesca, distaccata dalla grande metropoli, quasi una città a parte. Un mondo diverso, come quello dell’Union, nato per la prima volta nel 1906, con il nome di SC Olympia 06 Oberschönweide, per poi essere rifondato due volte, nel 1945 e nel 1966, quando, dopo la costruzione del muro nel 1961, il club assunse il nome odierno.

Con l’avvento della Guerra Fredda e la conseguente divisione della Germania il club inizia ad acquisire popolarità. I successi, però, sono rari, praticamente inesistenti. L’unico trofeo in bacheca è la Coppa della Germania Est vinta nel 1968 contro il Carl Zeiss Jena. Nella DDR degli anni ’60, ’70 e ’80, il protagonismo calcistico era incarnato da giganti come la Dynamo Dresda, il Magdeburgo, l’Hansa Rostock, il Lokomotiv Lipsia e, soprattutto, la Dynamo Berlino.

La Berliner Fußballclub Dynamo vinse dieci campionati consecutivi tra il 1978-79 e il 1987-88. Una superpotenza senza eguali che, grazie a disponibilità economiche ingenti e motivi extra-calcistici, riuscì a dominare il calcio tedesco per un decennio. Il presidente, per non lasciare alcun dubbio sul potere incontrastato della BFC Dynamo, era Erich Mielke, il capo della STASI, la polizia segreta di stato. 

Nonostante le luci della ribalta non fossero puntate sulla squadra di Köpenick, con il tempo l’Union Berlino guadagna notorietà, assurgendo a simbolo di un periodo buio per l’Europa e per la Germania. Una squadra dai forti connotati popolari e operai, contrapposta al potere politico e militare delle avversarie. Un luogo di incontro per dissidenti, punk e skinhead, un’oasi ribelle in cui manifestare il proprio malcontento per la realtà del paese. Tifare Union per opporsi al sistema.

“Non ogni tifoso dell’Union era nemico dello stato, ma ogni nemico dello stato era tifoso dell’Union”. Una frase perentoria che nasconde una verità difficilmente confutabile. La sua maternità è da attribuire all’Eulenspiegel, una rivista satirica della Berlino Est.

LO STADIO PIU’ BELLO DEL MONDO

Ok, qualcuno storcerà il naso. Eppure, affermare che lo Stadion An der Alten Försterei è il più bello, affascinante e malinconico sulla faccia del pianeta non è così grave come può sembrare a primo acchito. Una tribuna con posti a sedere e il resto degli spalti all’inglese, con le famose terraces d’oltremanica, in cui si può solo stare in piedi. La capienza è di 22.012 persone, anche se, grazie alla sua caratteristica, i tifosi sembrano sempre molti di più.

Uno stadio d’altri tempi, costruito a terrapieno, incastonato nel terreno e in eterna simbiosi con madre natura, rivestito di cemento e dotato di copertura solo dopo la ristrutturazione del 2007. Una vera e propria fuga dalla realtà grigia della grande città. Un miraggio alle porte di Berlino immerso nel verde della vecchia foresta di Sadowa, ribattezzata Wuhlheide Park.

Niente strade affollate, nessun viale circondato da case e palazzi, ma un bosco da attraversare per raggiungerlo, percorrendo un sentiero che riporta le lancette dell’orologio indietro di parecchi decenni, quando il calcio ancora non era un business, una gara di modernità ed efficienza. La percezione, a cui contribuisce l’atmosfera, è quella di trovarsi nel mezzo di una fiaba dei Fratelli Grimm, in cui non può mancare una casetta di legno, quella che alle porte dell’ An der Alten Försterei è la casa del guardiaboschi, adibita a sede sociale dell’Union.

Uno stadio che, a livello sportivo, è l’unico della capitale a ospitare partite di calcio ma che, occasionalmente, si trasforma, assumendo le vesti di mercatino natalizio con le classiche bancarelle, oppure quelle di grande pub all’aperto per vedere le partite, come accadde nel 2014 in occasione dei Mondiali, in cui i tifosi poterono godersi il trionfo tedesco portandosi dietro sedie, poltrone e divani.

SANGUE, FATICA, LACRIME E SUDORE

Le parole di Churchill, pronunciate durante il primo discorso alla Camera dei Comuni del Parlamento del Regno Unito in seguito all’elezione come Primo Ministro, erano una promessa al paese in un periodo di crisi, quello della guerra. Nel contesto Union, per fortuna, la guerra non c’entra. C’entrano eccome, invece, a livello concreto e materiale.
Nel corso della sua storia, il club di Berlino ha dovuto passare attraverso svariati periodi di crisi, rischiando il fallimento, nel 1997, e vedendosi negare la promozione in 2 Bundesliga per due anni di fila, nel 1993 e 1994, a causa di problemi finanziari. Nel 2001, finalmente, l’approdo nella seconda divisione calcistica tedesca e l’incredibile finale di Coppa di Lega, persa poi con lo Schalke, che valse la qualificazione alla successiva Coppa Uefa.
Il 2006, tuttavia, cambiò tutto. La Coppa del Mondo in Germania aveva portato un’ondata di freschezza e ammodernamento, con la costruzione di nuovi stadi e sviluppo di strutture di alto livello. L’Union fu obbligata a conformarsi e migliorare la struttura dell’An der Alten Försterei, altrimenti avrebbe rischiato il trasloco. I soldi, però, erano pochi. L’unica ancora di salvezza era rappresentata dai tifosi.
In Germania, infatti, le squadre professionistiche non possono essere di un unico proprietario. Le quote devono essere suddivise tra i soci, spesso tifosi e appassionati. L’Union ne ha 48.368 e tutti contano allo stesso modo. Un club del popolo, nel vero senso della parola. Gente comune che per continuare a giocare nel proprio giardino di casa lo ristrutturò volontariamente. Si presentarono in 2000, lavorando complessivamente per oltre 140.000 ore. Gli stessi tifosi che, come premio, ne diventarono proprietari l’anno successivo, quando la società ne mise in vendita le 4141 azioni.
Fatica, sudore, lacrime di gioia e, appunto, sangue. Esatto, non nel senso figurato del termine. Nel 2004-05 l’Union rischiò la bancarotta per la seconda volta nel giro di pochi anni. Come salvarlo? Semplice, con l’aiuto di chi lo ha sempre amato. Per l’occasione, furono raccolti 1.46 milioni di euro, molti dei quali derivanti dai rimborsi che lo stato garantisce a chi sceglie di donare il sangue.
Oggi, l’Union Berlino lotta ai vertici della Bundesliga. Dopo la storica promozione in prima divisione nel 2019 grazie alla vittoria nello spareggio con lo Stoccarda, la squadra biancorossa ha continuato a crescere in maniera esponenziale. Prima la salvezza nel 2020, poi la qualificazione alla Conference League nel 2021, infine quella in Europa League l’anno scorso e il momentaneo terzo posto in campionato.
Tante argomentazioni, altrettanta magia. L’Union Berlino è una meravigliosa utopia trasformata in realtà grazie al lavoro, alle idee e alla rivoluzione. Un unicum, il famoso cigno nero che, però, sembra essere il più bello di tutti.