Caldara sulla sua parentesi al Milan: "Il più grande rimorso della mia vita"

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Mattia Caldara, in un'intervista al Corriere della Sera, si è raccontato andando a ripercorrere la sua carriera. L'ex difensore dell'Atalanta ha ricordato la sua sfortunatissima parentesi al Milan, segnata soprattutto dagli infortuni. Esploso all'Atalanta, Caldara è riuscito anche a debuttare in Nazionale nel 2018. Nel 2017 è stato acquistato dalla Juventus per 19 milioni, rimanendo in prestito a Bergamo fino a fine stagione. 3 anni più tardi, si fece avanti il Milan che spese più di 37 milioni per portarlo a Milano. Fu proprio qui che la carriera del difensore cambiò in modo negativo: a causa di una serie di infortuni, Caldara collezionerà solamente 3 presenze in 6 anni con la maglia rossonera. In mezzo, prestiti a Venezia e Spezia, trovando due retrocessioni consecutive. Quest'estate, il centrale è passato al Modena, in Serie B. Di seguito, ecco le parole di Caldara nell'intervista al Corriere della Sera:

MILAN - “Ero arrivato dalla Juventus insieme a Higuain. In due anni all’Atalanta avevo segnato 10 gol e avevo appena debuttato in Nazionale. Il club ci fece salire sulla terrazza di Piazza Duomo davanti a un migliaio di tifosi. Imbarazzo totale, già fare le interviste per me è dura. Mi sono dovuto sforzare. Il Milan è il più grande rimorso della vita. Mi è dispiaciuto tantissimo per come è andata”.

CALVARIO - “A ottobre, durante una corsa in allenamento, salta il tendine d’Achille. Vado in Finlandia, il chirurgo vede che è rimasto attaccato del 10% e decide di non operarmi. Resto a casa col gesso per 50 giorni. Torno in campo ad aprile, Musacchio va in diffida. In difesa rimaniamo solo io e Romagnoli. ‘Finalmente è il mio momento’, mi dico. Ma due giorni prima della partita in un contrasto con Borini mi rompo il crociato. Una botta tremenda, fosse capitato la domenica l’avrei accettato in maniera completamente diversa”.

PENSIERO AL RITIRO - “Se ho pensato al ritiro? Una mezza volta sì, vedevo la mia carriera quasi finita, soprattutto dopo il terzo grave infortunio nel giro di due anni e mezzo, quello al tendine rotuleo. Ero tornato in prestito all’Atalanta, giocando anche in Champions”.

LE DIFFICOLTÀ - "'Caldara è finito', lo senti dire ovunque e sotto sotto ti convinci che sia vero. Ho capito che non dovevo più intestardirmi, prendendo atto che certi livelli non li avrei più raggiunti. Difficile accettarlo, ma necessario. Mi sono detto. ‘Lottiamo almeno per tornare a giocare a calcio’, che fosse al Real o in qualsiasi altra squadra. Dovevo tornare ad apprezzare una corsa, un tiro, una scivolata. Tutto ciò che prima davo per scontato e che di colpo era venuto a mancare".

DEPRESSIONE - “La mia fortuna è stata che non l’ho mai toccata. Mi hanno salvato la famiglia, i genitori e Antonio, mental coach che mi ha aiutato tanto nell’anno a Spezia”.

MODENA - "Mi ha contattato Andrea Catellani, il direttore sportivo. All’inizio non pensavo potesse interessarsi a me, in un anno avevo giocato solo una partita. Ma chiamava tutti i giorni. ‘Sei ancora un giocatore importante’, mi ripeteva. Poi è venuto a Milano con l’amministratore delegato Matteo Rivetti, lì ho sciolto ogni dubbio. Quando ho parlato con mister Bisoli, mi ha fatto riassaporare il gusto di giocare a calcio. Mi ha ricordato papà, che spesso per la sofferenza lascia lo stadio sull’1-0".

GASPERINI - “All’inizio sembrava dire l’opposto di quello che avevo sempre imparato. In fase offensiva non voleva che l’attaccante tagliasse alle spalle del difensore, ma che si allontanasse e ricevesse forte l’assist sui piedi, così che il difensore non potesse anticiparlo. Con le sue idee mi ha convinto di essere un giocatore di serie A”.

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