Sport e politica si uniscono, di tanto in tanto, e quando succede generano sempre discussioni, per non dire polemiche. Negli ultimi anni ancor più spesso, ci siamo abituati all’incidenza della legge italiana negli affari calcistici. Quantomeno, questa volta non c’entrano i tribunali anche se mai dire mai. In ogni caso, come riportato da La Gazzetta dello Sport, la mini-proroga del decreto crescita, che vedrebbe così la caduta avvenire il 29 febbraio e non l’1 gennaio, è un fatto attuale che ha generato un movimento contrario. L’unica voce forte ad esporsi in questo senso è quella dell’AIC (associazione italiana calciatori), che attraverso il proprio presidente, Umberto Calcagno, sta cercando di opporsi.
L’abolizione del decreto crescita è un’assoluta problematica per le società calcistiche italiane, in particolare quelle della massima serie. Le agevolazioni fiscali permettevano ai giocatori impegnati all’estero di guardare al nostro campionato come maggiormente appetibile. Di contro però, rendeva molto meno allettanti sul mercato i calciatori italiani impiegati già nel nostro paese, che ovviamente non hanno la stessa appetibilità, a parità di prezzo. In poche parole, se prima conveniva guardare fuori dall’Italia per rinforzare la rosa, senza il decreto crescita sia le società sia i giocatori stessi hanno un motivo in meno per venirsi incontro.
LA POSIZIONE DELL’AIC IN MERITO ALLA PROROGA SUL DECRETO CRESCITA
Il presidente dell’AIC Calcagno, con una lettera ai vertici dei ministeri interessati (economia e sport), ha così difeso la posizione della propria associazione sulla mini-proroga del decreto crescita.
DECRETO CRESCITA – “Le ragioni del nostro no sono legate non certo ad interessi economici, bensì alla necessità di tutelare il talento e il patrimonio sportivo rappresentato dai calciatori italiani. Ai ministri abbiamo trasmesso un nostro report che fotografa l’attuale presenza di calciatori italiani e stranieri in Serie A. C’è un dato allarmante che emerge negli atleti Under 21 con una percentuale di impiego più alta per i calciatori stranieri rispetto ai ragazzi italiani e, in alcuni casi, ci troviamo di fronte a squadre composte addirittura per il 90% solo da calciatori stranieri. Noi crediamo che solo invertendo questo trend e ristabilendo una parità competitiva tra atleti italiani e stranieri potremmo crescere come sistema, soprattutto in funzione della nostra Nazionale”.
In poche parole, se le dirigenze delle squadre festeggiano la mini-proroga del decreto crescita, l’AIC ci mette davanti ad una realtà molto importante. Il talento italiano ad oggi è meno sfruttato e interessante di quello estero, anche per mezzo delle agevolazioni del decreto stesso. Perciò l’abolizione di questo potrebbe funzionare da forza motrice fondamentale per spingere le squadre ad investire maggiormente su giocatori italiani, per riportare le squadre ad avere un numero maggiore di giocatori nostrani in rosa. Nonostante ciò, questo processo non dovrebbe partire dalla finestra di mercato cui ci stiamo affacciando.