ESCLUSIVA NICOLATO - Per sette anni è stato Commissario Tecnico delle rappresentative giovanili della Nazionale italiana, poi, nell'estate 2023, al termine dell'Europeo U21, la sua strada si è separata da quella colorata di azzurro. Adesso Paolo Nicolato è CT e responsabile tecnico della Lettonia, con contratto fino al 2025, per far crescere un movimento calcistico ancora molto lontano dalla media europea (si trova, infatti, al 132° posto del Ranking FIFA).
La redazione di Numero Diez ha avuto la fortuna di intervistare Nicolato, partendo dai temi più attuali e arrivando a parlare dei ragazzi che ha seguito per più tempo nelle giovanili dell'Italia, facendo uno spaccato sul calcio del Belpaese. Di seguito l'intervista integrale.
Partiamo dal presente: dopo anni passati ad allenare le giovanili della Nazionale italiana, passa nell’estremo opposto del continente per fare il CT e il responsabile tecnico della Lettonia. Cosa l’ha spinta a sposare questo progetto?
“Una serie di cose tra le quali l'insistenza con cui mi hanno voluto qui, ma anche l'incarico, che è molto stimolante: si tratta di fare non solo l'allenatore della Nazionale A ma di osservare anche tutte le altre Nazionali giovanili. Soprattutto questa, per la passione che ho per il mio lavoro, è stata una cosa molto importante. Poi volevo fare un'esperienza all'estero, perché era un po' che ci pensavo e questo mi sembrava il momento adatto sotto tanti punti di vista. Quindi è stata una scelta abbastanza naturale, dopo una trattativa piuttosto lunga, ma sono contento perché è un incarico stimolante e c'è tanto da lavorare. La mia famiglia comunque è rimasta in Italia perché mia figlia studia ed era meglio che rimanesse in Italia".
E quali sono le motivazioni che l’hanno portata lontana dall’Italia?
“Lavorare all'estero era un desiderio che avevo, perché voglio migliorare il mio inglese e confrontarmi con situazioni nuove. Tutta la mia carriera è stata così, fin quando ero nei dilettanti: ho sempre avuto voglia di fare cose diverse. Ho fatto una bellissima esperienza in Nazionale, ma anche nei club, ma il richiamo di fare cose diverse era forte. Questa mi sembrava la situazione giusta, perché era un paese piccolo, che ha bisogno di migliorarsi con il calcio e, anzi, dove il calcio non è lo sport principale. Gli stimoli sono tanti e c'è modo di far le cose per bene, anche se c'è bisogno di tempo. Quindi direi che è stata più la voglia di provare qualcosa di nuovo piuttosto che andar via dall'Italia”.
C’è qualche giocatore lettone che consiglierebbe alle squadre italiane?
“In questo momento, il livello dei giocatori è da migliorare. Ci sono alcuni profili interessanti, se non per i top club, almeno per molti dei club italiani, anche perché in questo momento in Italia non è che il livello dei club sia altissimo in generale. Sono giocatori abituati a lavorare forte, che hanno fame di calcio, non si lamentano mai. L'ambizione, però, è quella di aumentare il numero di giocatori: qui il campionato è abbastanza piccolo, abbiamo una decina di giocatori che giocano all'estero, ma tutti in campionati minori. Il mio primo obiettivo è quello di migliorare la qualità dei giocatori, ma questo è un percorso che dobbiamo fare da lontano, perché è una cosa che non si può fare in pochi mesi ma ci vogliono anni”.
A livello culturale, quali sono le differenze con l’Italia?
“Le differenze culturali sono enormi, almeno per quello che ho visto in questi pochi mesi. Non ne faccio una questione di positivo o negativo: sono un popolo molto educato - non che quello italiano non lo sia - ma anche molto rispettoso dell'autorità, abituati alla grande disciplina. La città (Riga, ndr). è molto grande, bella, pulita. Ovviamente hanno abitudini diverse: le persone hanno bisogno del loro tempo per aprirsi, sono meno espansivi degli italiani, ma nel momento in cui si fidano ti danno tutto. Anche il mio rapporto con i giocatori è molto diverso. È proprio per questo che ho scelto questa esperienza, per capire se c'è modo di attingere, imparare qualcosa e nel contempo magari insegnare qualcos'altro”.
Parlando di Italia, ha allenato tanti talenti, ma vorrei soffermarmi soprattutto su una coppia di amici fuori dal campo, anche se attualmente rivali in Serie A, ovvero Frattesi e Scamacca: crede che possano essere titolari già in questo Europeo?
“Assolutamente sì. Per quello che riguarda Gianluca e Davide li ho avuti per cinque anni e ho costruito con loro un rapporto speciale, perché sono due ragazzi che ho visto crescere e mi hanno fatto crescere con loro. Sono ragazzi con cui mantengo tuttora un grande contatto e un grande affetto, oltre ad apprezzarli per le loro qualità in campo. Sono convinto che loro facciano parte di quel gruppo di giocatori che rappresentano il futuro ma anche il presente della Nazionale italiana”.
Un altro giocatore che ha avuto la fortuna di allenare è Sandro Tonali, che ora è incappato in una fase complicata della sua vita: come crede possa uscirne calcisticamente e personalmente?
“Conosco bene Sandro perché l'ho fatto esordire in U18, U19, U20 e U21 e ne conosco sicuramente l'intelligenza, la caparbietà e la forza interiore. Lui probabilmente li ha fatti e lo saprà, ma sono convinto che userà quest'esperienza per essere ancora migliore di prima, non ho alcun dubbio”.
Restando in Premier League: si aspettava un impatto tanto importante di Udogie - che ha allenato per anni in U21 - nel campionato inglese? Può contendere il posto a Dimarco a EURO2024?
“Non voglio mettere in competizione i giocatori italiani. Sicuramente Destiny ha sicuramente qualità di primissimo livello e infatti è uno dei giocatori con i parametri migliori a livello muscolare della Premier League. In Italia non ci sono molti come lui, è un ragazzo di grande prospettiva ma dirti meglio o peggio non mi sembra corretto. Sta maturando molto anche nelle scelte e nella soglia dell'attenzione, che era il suo tallone d'Achille in qualche momento”.
Negli ultimi anni è sempre più forte il pensiero che “Fino all’Under 20 si vince, poi…”. Come possiamo uscire da questo loop?
“Sicuramente fino a una certa età i nostri ragazzi giocano molto, nei campionati giovanili ma giocano. Poi dopo c'è un certo gradino dove fanno fatica a giocare e nel contempo i ragazzi delle altre nazioni giocano di più, soprattutto nella fase più sensibile tra i 18/19 anni e i 23. A questa età giocano poco e quel poco che giocano spesso lo fanno in campionati non competitivi, mentre un pari età inglese o francese ha già molte più presenze nella massima divisione. Abbiamo un problema di percorso da fare ai ragazzi che non è quello corretto: è ben diverso arrivare a 21 anni e giocare poco invece che arrivarci con 100 presenze in Premier League”.