Il calcio è un insieme di fattori, è l’unione di testa e gambe, e se ti privi di una di esse sprofondi. Dalle gambe nasce l’idea di gioco e la tecnica, ma il tutto è condotto dall’aspetto mentale. Tante volte è la fiducia a dettare legge in questo sottilissimo legame, perché la singola giocata va pensata e poi palesata.
Nel calcio moderno si lavora sempre di più a stretto contatto con psicologi ed head manager, figure sempre più importanti in un calendario ricco di eventi e di pressioni derivanti da fan e media, che aggiunte a quelle già presenti sui social, hanno il compito fondamentale di aiutare i giocatori nel mondo del professionismo. Nel mondo di Julian Brandt.
LA PRIMA IMPRESSIONE

Fonte immagine: Sport Meteoweek
Un momento di particolare interesse è in occasione dei Mondiali del 2018, con Julian subentrato nel secondo tempo nell’epocale 0-1 del Messico contro la Germania. Fisico esile, una folta chioma bionda. Per lui mezz’ora di gara per ribaltare un esito scottante.
Joachim Loew gli aveva preferito Leroy Sanè nello stilare le convocazioni. Un qualcosa di singolare e di incomprensibile.
Tornando alla partita. Il Messico ad impostare, superiore. Il primo pallone toccato da Julian già la dice lunga. Stop di prima nella sua metà campo, me lo ricordo ancora benissimo. Nelle sue corde, il talento di casa Leverkusen ha la giocata ma non sempre la forza, o molte volte per timore si appoggia al compagno vicino.
In quei trenta minuti, però, estrapola il meglio dal repertorio.
Questo è il suo vasto bagaglio tecnico, troppo ad intermittenza. Julian gioca per la squadra e inventa palloni magistrali sulla trequarti, ma si spegne. Gli manca il centesimo per fare l’euro, la spregiudicatezza di attaccare lo spazio, la personalità di proporsi e oltrepassare il limite fisico tra il comune mortale ed il campione. Julian non vuole farsi ricordare, quanto più compiere la logica più immediata.
L’impressione è di vederlo rischiare solo quando libero da pensieri e critiche, a testimoniare una carriera ondivaga, tra exploit e nuove discese.
IL RUOLO DA GREGARIO

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Quel giorno, però, era il vero Brandt. Entrato privo di velleità, consapevole di non essere l’artefice della sconfitta. In patria lo stimano perché da anni alla ricerca di un talento simile, capace di ricoprire più ruoli ( trequartista, mezzala) e abbinare qualità ed abnegazione.
All’ 80’ prende palla, dribbla due avversari e calcia verso la porta, nel congiungersi dell’apoteosi tecnica per una progressione costante palla al piede. La sua versione primordiale, ancora semisconosciuta e perciò la più naturale e libera di sprigionare i propri cavalli. Arrivato al limite dell’area di rigore lascia partire un missile, una conclusione stilisticamente invidiabile, che si stampa sul palo. E’ il primo tiro della Mannschaft. Julian continua ad insistere ed è protagonista del forcing finale. Protagonista, quel termine che gli ha sempre pesato.
Meglio definirlo un gregario, un uomo che si sacrifica per il collettivo in ambo le fasi. Però ad un diamante grezzo come il suo, il ruolo da leader non è mai andato giù. Un carattere più introverso, non da “ titoloni” e prime pagine. Gli è mancato sempre il quid e l’audacia per sbocciare davvero, andandosi a prendere la responsabilità di forzare all’interno della sfida. Per questo non si è mai preso la scena, ma ha dimostrato a corrente alternata, di essere capace di decidere.
Può incidere, riesce a tenere la sfera con semplicità inaudita. Riesce a dribblare a occhi chiusi, a prendere il volo da fermo.
Il teutonico è un gran lavoratore, un ragazzo umile che mai si è montato la testa, ma ha sempre sofferto delle pressioni esterne.
BORUSSIA DORTMUND PER CONSACRARSI

Fonte immagine: Twitter
Lo chiama il Dortmund, estate del 2019. E’ uno dei più grandi talenti della Bundesliga ed è riuscito nell’impresa di portare il Leverkusen in Champions League. Ha appena concluso un capitolo glorioso con le Aspirine. Pare essere solo l’ inizio e non la conclusione dei tempi di una gioventù rimpianta.
Chiude la prima esperienza della sua carriera con 165 presenze e 34 goal, in una piazza dove le pressioni sono minori. E’ il jolly che fornisce assist, regolarmente in doppia cifra.
I gialloneri rappresenterebbero per i più l’apoteosi, un occasione per estrarre il meglio. Per Julian però il tutto coincide con pressione e la paura di deludere un ambiente particolarmente caldo.
Nella sua Leverkusen aveva trovato il trono sul quale essere il re, bilanciando un aspetto mentale che non entrava in primo piano, essendo in grado di rendere al di sopra delle più timide aspettative. Era per lui il giardino di casa, la sua zona di comfort.
All’esordio con il Dortmund il goal, sotto al muro giallo. E’ l’apice, una sola presunta luce verso l’avvenire, che si profila vincente. Da quel momento però la continuità svanisce, la possibilità di elevare il proprio talento lo blocca. Non è un fattore di doti, ma mentale. Sparisce quasi dai radar a tratti, finendo relegato in panchina. Gli manca la freddezza sotto porta, la rapidità della decisione, la prontezza nella scelta e la cattiveria, quasi avesse paura di ferire l’avversario.
La sua versione primordiale è al momento svanita, in attesa di ritrovarsi. Al momento è una seconda scelta nelle rotazioni di Terzic. Potrebbe essere questo lo stimolo per ripartire? Tutto dipende da Julian, un campione come il vetro, bello esteticamente ma in procinto di rompersi facilmente. Facile, come i suoi gesti, che avevano conquistato gli appassionati della Bundesliga. Avevano folgorato Watzke e la dirigenza giallonera. Gesti che si spera di riassaporare con il pubblico, sotto quel muro che ne proclamò le doti al debutto.
Ma, come tutto nella vita, nulla è perduto e la sua gemma potrà tornare a risplendere. Che questo sia un arrivederci e non un addio.
Fonte immagine in evidenza: Bundesliga