La nostra redazione ha avuto l’opportunità e il piacere di intervistare Martina Rosucci, una bandiera della Juventus Women. Sorridente, determinata, umile: una vera campionessa dentro e fuori dal campo.
LA STORIA DI MARTINA ROSUCCI
La piccola Martina è una bambina vivace che passa la propria infanzia con la sua famiglia felice a Collegno, comune torinese: la famiglia Rosucci. È, innanzitutto, la gemella di Matteo - ci tiene molto a indentificarsi come tale –. Gioca a calcio praticamente con qualunque oggetto, dentro casa e ai giardini, in quegli anni che le hanno permesso di diventare la persona che è oggi.
Nel corso della sua carriera da calciatrice ha praticamente occupato tutte le zone del centrocampo, cimentandosi anche nel ruolo di difensore. Lo ha fatto e continua a farlo con le maglie della Juventus Women (dal 2017 ha conquistato 5 Scudetti, 3 Coppa Italia e 4 Supercoppe) e della Nazionale.
L'INTERVISTA
Descrivici cos'è per te la Juve usando tre parole
“Mentalità, appartenenza e amore. Quando sono entrata qui a Vinovo ho davvero respirato cosa volesse dire essere una giocatrice della Juve. La maglia della Juventus non è una maglia qualunque, perché ha valore nazionale, europeo e mondiale. Per indossarla servono valori umani che vanno oltre l’aspetto tecnico. Ed è la ragione per cui abbiamo portato a casa tanti trofei nel corso degli anni. Per me è un amore. Immenso. Perché sono juventina dalla nascita e ogni volta che vengo agli allenamenti per lavorare per il raggiungimento di un obiettivo, provo un sentimento forte, come se fosse rivolto a una persona”.
19 marzo 2024, una data importante per te: “Laurearmi è stata una necessità”. La proposta di tesi poneva il focus sul tuo infortunio al ginocchio, che hai “maledetto, ma che ti ha permesso di terminare questo viaggio”. Lo hai fatto per te stessa, per i tuoi genitori, per superare le difficoltà derivate dall’inattività forzata. Si può dire che il raggiungimento della felicità sta nel viaggio e non nella meta?
“Sì, questo vale per ogni cosa. Nel momento in cui raggiungi la meta, provi una sensazione di felicità ma anche di tristezza. È sempre la fine di qualcosa e l’inizio di qualcos’altro. Quindi il viaggio è quello che rende tutto unico, nella gioia e nella sofferenza. Ho iniziato a studiare a 18-19 anni, conciliando Serie A e Università (frequenza obbligatoria). Col tempo l’ho un po’ tralasciata, mi dicevo: ‘Quando smetterò, lo farò’. Questo non mi rendeva orgogliosa, mi metteva ansia tenere una cosa in sospeso. Poi è arrivato l’infortunio e ho pensato: ‘Questa volta devo assolutamente laurearmi’. In realtà, col tempo ho iniziato a sentire la necessità di studiare per provare a me stessa che stessi andando avanti su un altro ambito, quello dello studio che racchiude la mia persona. Ho percepito la necessità di occupare la mia settimana, data l’assenza dai campi. La laurea ha avuto un valore immenso. Non mi aspettavo di emozionarmi, di darci un significato così forte”.
La dott.ssa Alessandra Mosca, psicologa in FIGC, in una recente intervista ai nostri microfoni, ha parlato di doppia-carriera, definendola “un’opportunità preziosa che garantisce all’atleta di prendere coscienza del futuro che lo aspetta”. Hai scelto di riprendere gli studi in Scienze Motorie in seguito al tuo infortunio, ma, tralasciando ciò, tale scelta quanto ha arricchito la Martina donna?
“Spesso mi capita di parlare coi ragazzini, a cui dico sempre che disciplina del liceo me la sono ritrovata in campo e viceversa. Ciò che ti insegna il campo te lo ritrovi a scuola, nel raggiungimento di un obiettivo. La doppia-carriera nasce anche dal fatto che, da giovane non esisteva il sogno di diventare una calciatrice, poiché sapevi di non poter vivere di quello. Non ho mai voluto fare la calciatrice, mi ci sono ritrovata. Il percorso di studi in Scienze Motorie mi ha insegnato tante cose che mi sono portata sul terreno di gioco a livello fisico, tecnico e dei rapporti. Ogni cosa che viviamo ci forma, non sarei questa Martina se non avessi vissuto tali esperienze”.
Il tuo legame con la Juventus si traduce anche nella propensione al sacrificio. Hai vestito, infatti, i panni di difensore centrale per un periodo. Per poter ovviare a ogni tipo di difficoltà, hai cercato studiare lo stile di gioco di qualche collega?
“Anche lì mi ci sono ritrovata, per necessità. In assenza di difensori, tra i centrocampisti ero probabilmente quella più esperta e con caratteristiche difensive. Non ho osservato qualcuno in particolare, io analizzo ogni ruolo: sono innamorata del calcio. Certo, ho guardato tutte le partite di Claudio Marchisio, ogni suo movimento (sorride n. d. r.). In generale, ho osservato le mie compagne di squadra, giocatrici di altissimo livello: Sara Gama, Linda Sembrant, Cecilia Salvai, Martina Lenzini. Erano lì con me ogni giorno, pensavo a cosa potessi apprendere da ognuna di loro, non da una in particolare. Quel ruolo mi è piaciuto molto, a livello tecnico e tattico mi sono divertita. E poi è arrivato in un momento in cui la squadra aveva bisogno di essere difesa; quindi, essere colei che difendeva la Juve, in quel momento, andava al di là del campo”.
Il rapporto con Barbara Bonansea e Cristiana Girelli
“Conosco Barbara dai tempi del Torino, siamo cresciute insieme. Non è solo una compagna di calcio, è una mia amica. Quando ho rimediato l'infortunio, mi ha detto: ‘Ti porterò con me al Mondiale in qualche modo’, e l’ha fatto indossando la maglia numero 8. Sembra una cavolata, ma per una giocatrice del calibro di Barbara Bonansea, che è sempre stata vista con un numero, cambiarlo al Mondiale, la massima competizione, rappresenta un gesto incredibile di altruismo e amore. Ripensando a quest’anno difficile, posso dire che sia stato uno dei momenti più belli. Cristiana? Ho iniziato a giocare con lei in Nazionale, dall’under-19. L’ho poi convinta in tutti in modi a venire a Brescia e da lì è nata la nostra amicizia. Stiamo sempre insieme. Lei è la persona che mi colora le giornate perché è tanto simpatica, mi fa veramente ridere. Riesce a smorzare, in maniera buffa, certi momenti, ma è anche in grado a starmi vicino. Con loro ho condiviso tantissimo in campo, il nostro feeling si vede anche lì. Sono due persone che ho incontrato grazie al calcio, che fanno e faranno parte della mia vita”.
Sei particolarmente affezionata all’8, storico numero di Claudio Marchisio. Vi siete mai scambiati dei consigli?
“Sì, ci siamo incontrati tante volte, abbiamo un bel rapporto. È sempre stato un mio idolo. Il mio idolo in assoluto è Alessandro Del Piero, però quando ho iniziato a giocare, mentre guardavo le partite della Juve, mi ci rivedevo. È stato un centrocampista completo. Mi sono ispirata calcisticamente a lui, ha inciso molto nel mio modo di essere calciatrice. Al mio arrivo in bianconero, incontrarlo e iniziare ad averci un rapporto è stato inizialmente incredibile, poi sempre più normale. Attraverso la semplicità, l’umiltà e il suo essere juventino, Claudio mi ha trasmesso qualcosa, facendomi comprendere cosa significhi essere la Juventus. Lo ringrazio sempre, è una persona fantastica”.
Hai vissuto il ciclo Guarino-Montemurro. In cosa sei migliorata grazie al loro metodo e ai loro principi di gioco?
“Ogni mister mi ha lasciato qualcosa. Rita Guarino ha costruito questa Juve dal giorno zero, rendendola una squadra indistruttibile, inculcandoci la mentalità giusta. A livello motivazionale, è sempre stata un’aggressiva: questa sua impenetrabilità l’abbiamo trasformata in campo ed è il motivo per cui abbiamo trionfato per quattro anni di fila. Montemurro mi ha cambiato la visione del calcio con le sue idee innovative. Mi ha aperto la mente, rendendomi una giocatrice europea, che era quello che mi mancava. Con lui abbiamo fatto grandi cose in Champions League”.
A proposito di Champions: Juventus-Lione, in rimonta, 2-1. È stata forse la partita più emozionante della tua carriera?
“Il Lione è la squadra più grande d’Europa, lo testimoniano i trofei conquistati. Contro di loro abbiamo sempre sfoderato ottime prestazioni che ci hanno dato consapevolezza. Quel giorno, vincere nel nostro stadio è stato magico. Perché grazie a un insieme di ingredienti, non solo tecnici e tattici, mescolati nel tempo, siamo riuscite a creare quel qualcosa che ci permettesse di battere anche le campionesse d’Europa. Lo abbiamo fatto con un senso di insieme che è stato il motivo per cui abbiamo vinto. Così anche col Wolfsburg. Dopo il pari dell’andata, ne sono uscita devastata fisicamente. Mi sembrava impossibile poter battere le tedesche in trasferta. Oltretutto, vantavano un’imbattibilità lunghissima. Vincere 2-0 è stato uno degli episodi più incredibili di quell’anno. Sicuramente il momento più alto della storia della Juventus Women”.
Quest'oggi la squadra da battere è il Barcellona. Su cosa dovrebbe puntare l’Italia per toccare quei livelli di calcio?
“Il Barça è la squadra che non abbiamo mai battuto, ci ha sempre fatto soffrire. Hanno una cultura del gioco identica a quella della squadra maschile. Parlando con Alexia Putellas, mi ha rivelato che il loro salto di qualità nasce dal tanto lavoro fisico svolto, aspetto solitamente poco trattato in Spagna, perché la tendenza è quella di giocare la palla. Hanno unito l’intensità del gioco all’intensità fisica. Serve lavorare su questo. Inoltre, manca la consapevolezza di poter stare in alto. Noi stesse guardiamo gli altri dal basso, nutrendo la sensazione di poterci arrivare come sogno ma non come realtà. Per essere il migliore bisogna avere nella testa il raggiungimento del livello alto, altrimenti non ci si arriva”.
La giovanissima Giulia Dragoni fa parte di questa squadra formidabile. Può essere considerata l’astro nascente della Nazionale?
“Giulia è una giocatrice di grandissimo talento e personalità. È giovane, deve ancora apprendere tante cose. Ma per crescere nella Cantera del Barcellona devi certamente possedere un dono. È un patrimonio per noi”.
Alexia e Aitana hanno spostato l'epicentro del calcio femminile dall'America all'Europa?
“Beh sì, assolutamente, sono delle giocatrici incredibili che stimo tantissimo. Il Pallone d’Oro è stato spesso un premio assegnato oltreoceano, loro l’hanno reso più europeo. Hanno vinto tutto con club e Nazionale. Calcisticamente parlando, è un piacere guardarle”.
Asia Bragonzi, in esclusiva a Numero Diez, rispose a una domanda relativa agli stereotipi di genere, nello specifico su chi potesse giocare un ruolo determinante per indebolirli: “Credo che gli stereotipi si vengano a creare quando si enfatizza una situazione che andrebbe vissuta in maniera normale, quotidianamente. Pertanto, ritengo che basti vivere la vita in maniera semplice e naturale”. Sei d’accordo o vorresti aggiungere qualcosa in merito?
“Sì, è la visione di una ‘bimba’ con un cervello. Perché Asia ha una bella testa. È cresciuta qui e ha sempre ascoltato i consigli. La normalizzazione è sicuramente l’ultimo tassello delle differenze. Io credo nella conoscenza: bisogna costruire in base ai contenuti e non al genere. Quando i contenuti ti sostengono, le persone non guardano al genere, vengono semplicemente trascinate. Certo è che per una donna far valere i propri contenuti è più complicato. In questo caso, entra in gioco la nostra voglia di andare avanti nonostante le avversità. Ad ogni modo, si tratta di una questione culturale”.
Sei testimonial di un progetto di scuole calcio rivolte a ragazzi con disabilità cognitiva e relazionale “Gli Insuperabili”. Una famiglia che continua a lavorare per promuovere l’inclusione nel calcio e nella società. Perché hai abbracciato questa causa?
“Ogni calciatrice è un personaggio, nonostante io non mi senta tale, però, nel concreto, è così. Quando si è un riferimento, quel che ricevi devi darlo: hai un impegno sociale. Tutte le persone ti guardano e dunque hai il dovere di fare qualcosa in più. La parola ‘Insuperabili’ è un concetto che ho dentro di me. Quando vado a trovarli, i ragazzi ti inondano col loro entusiasmo e la loro forza pur avendo delle mancanze. Davide Leonardi ha costruito qualcosa di incredibile, rendendo mondiale questa realtà. Sono orgogliosa di farne parte”.
La frase che più ti rappresenta
“’It’s all about confidence’. Se hai la fiducia in te stesso, in qualsiasi ambito di vita, riesci ad andare oltre ogni ostacolo. Non puoi pensare o sperare che il tuo rendimento possa dipendere dalla fiducia che gli altri ripongono in te. Mi è successo di avere a che fare con persone che non credevano in me. Io l’ho sempre fatto e alla fine ho vinto”.