Correva l’anno 1957 quando Timothy Leary, una delle personalità più stravaganti e cervellotiche del secolo scorso, pubblicò il primo e con ogni probabilità anche il più importante dei suoi libri. Dopo anni passati a studiare la mente umana, Leary era riuscito a creare un modello in cui le caratteristiche assunte dalla personalità di un singolo nel rapportarsi con gli altri individui venivano ordinate in un cerchio. In altre parole, l’eccentrico statunitense cercò di semplificare il più possibile un concetto di una complessità estrema come il comportamento umano. Per capire la complicatezza della materia trattata basta leggere il titolo di quell’opera: “Diagnosi interpersonale della personalità”. Pare quasi contraddittorio pensare che la più che controversa mente di Leary sia riuscita a partorire un modello di tale funzionalità, eppure il risultato prodotto è notevole. Il suo “cerchio interpersonale” è ancora oggi oggetto di studio nelle università e ha segnato indissolubilmente la storia della psicologia moderna. Per farla breve, il cerchio si divide in otto spicchi, ognuno dei quali rappresenta un tipo di personalità; nella parte superiore si inseriscono coloro che dominano, mentre in quella inferiore i più sottomessi o adattati.
Nello stesso anno in cui il lavoro di Leary venne divulgato, i due principali artefici della storia che verrà raccontata oggi da Numero Diez, Brian Clough e Peter Taylor, stavano muovendo i primi passi l’uno al fianco dell’altro. Al tempo infatti entrambi vestivano la casacca rossa del Middlesbrough, il quale militava in quella che si chiamava Second Divison (l’attuale Championship). Di certo non si trattava del campionato più semplice da affrontare, in quanto ogni domenica si inscenavano rigidi e ferrei scontri sui fangosi terreni di gioco britannici, che per qualche ora diventavano dei teatri, anche se agli antipodi rispetto alla Scala o al Bol’šoj. Da quegli stessi prati, un paio di decenni dopo, avrebbe avuto inizio la fioritura dell’eterna gloria a cui Clough e Taylor erano destinati. Nonostante i loro nomi non fossero ancora internazionalmente conosciuti, già al Boro i due avevano mostrato una complicità tale da parere due pezzi di un puzzle perfettamente incastonati. Il primo si occupava di segnare i gol (e non sapeva smettere), il secondo invece si impegnava per non subirne. Ruoli totalmente diversi tra loro, ma imprescindibili e simbiotici.

Brian Clough (a destra) e Peter Taylor (a sinistra) ai tempi del Middlesborugh (fonte immagine: profilo Twitter @archive_NFFC).
Questa relazione complementare perdurò anche dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, trovando una forma ancor più determinante. I due infatti composero una delle più iconiche coppie in panchina che il football abbia mai conosciuto. Peter, assistente e tattico, individuava quello di cui la squadra aveva bisogno e lo affidava nelle mani di Brian, allenatore e motivatore, che doveva riuscire a trarne il meglio.
DA SOTTOMESSI A LEADER
L’ardua impresa a cui si confrontarono i due uomini inglesi (di cui trovate un ulteriore approfondimento qui) fu di fatto quella di scalare il modello di Leary. Entrambi erano nati nella labouring class del primo dopoguerra, perciò, per forza di cose, sono partiti dalla zona inferiore del cerchio interpersonale, essendo perennemente vincolati a causa dello stato sociale a cui appartenevano. Per chi cresceva tra ciminiere e palazzi a mattoncini rossi costruirsi un futuro splendente era tutt’altro che semplice. Un esempio concreto potrebbe essere quel Thomas Shelby, protagonista della celebre serie Tv Peaky Blinders, che trovava nelle periferie degli anni ‘20 il suo habitat naturale. Tra una sigaretta e l’altra, il personaggio interpretato da Cillian Murphy diceva: “Devi ottenere quello che vuoi con i tuoi mezzi”. Ed è proprio grazie alle loro capacità, sia tecniche che mentali, che Clough e Taylor riuscirono a fuggire dal fumo delle fabbriche, iniziando a respirare aria limpida e pura.

Immagine scattata a Middlesbourgh negli anni ’20, qualche anno prima della nascita di Brian Clough.
Eppure, come confessò lo stesso Clough al termine della sua ascesa al successo, aver trascorso l’infanzia in quelle zone è ciò che più lo ha formato, permettendogli di avviare un processo di crescita che lo ha portato alla gloria. L’umiltà di chi ha vissuto nella povertà, il senso di responsabilità di chi fin da piccolo doveva già badare ai fratelli minori, l’orientamento al lavoro di chi ha visto i genitori sudare per garantire ai figli una vita dignitosa. Sono tutti valori che apprese nella sua giovinezza e che diventarono i pilastri su cui poggiò tutta la sua fortuna. Con ogni probabilità erano infatti queste le virtù in cui si trovavano le radici della sua capacità di gestione che lo contraddistinse nei suoi anni migliori. Dagli spicchi più bassi e ininfluenti dello schema learyano riuscì a muoversi fino alla categoria di coloro che, dotati di notevole autorità e determinazione, potrebbero essere definiti come protagonisti. Sia lui che il suo collega e amico Taylor assunsero a tutti gli effetti la posizione di leader, sovvertendo il loro status nel cerchio. Fu come se, nonostante il libro della loro vita fosse già scritto e rilegato, avessero deciso di prendere in mano la penna e ridisegnare la parte centrale della trama, cancellando quanto c’era scritto in precedenza. D’altronde, da quando la loro carriera calcistica ha avuto inizio, tutti i loro sforzi e le loro qualità si concentrarono unicamente su quella. “Il gioco nutre l’anima, quando non c’è altro nella vita che possa farlo”. Mai come in questo caso le parole pronunciate da James Walsh in The English Game trovano un significato azzeccato.
LA TAPPA NODALE
L’esecuzione di un tuffo dal trampolino si può dividere in tre parti distinte: inizialmente si prende la rincorsa, poi, arrivati all’estremità della pedana, ci si dà lo slancio, e infine si spicca spettacolarmente il volo. Fingendo che il tempo si possa infinitamente rallentare, estendendo una manciata di decimi di secondo ad un’intera stagione, nell’annata 1977-78 Clough e Taylor si trovavano proprio nella fase centrale dell’esibizione. I passi iniziali erano già stati mossi anni prima alla guida del Derby County, club con cui la fantomatica coppia vinse sia la Second che la First Division (primo titolo nella storia dei Rams) nel giro di sei anni. La parte maggiormente scenografica sarebbe arrivata invece di lì a poco; all’orizzonte infatti il trofeo più ambito d’Europa, la Coppa dei Campioni, li attendeva impaziente.
Nel ‘75 Clough e Taylor si erano accomodati sulla panchina del Nottingham Forest. Va detto che con il termine “accomodarsi” non bisogna immaginarsi di certo che i due si sedettero su un sedile di business class dei moderni aeroplani. Al contrario, la panchina dei Tricky Trees in quel momento era più un posto in seconda classe di un treno regionale all’orario di punta. Ma era proprio quello il luogo in cui il tecnico e il suo assistente si trovavano a loro agio, lontani il più possibile dai borghi più chic e rinomati. Ci vollero due stagioni per garantire al Nottingham l’evasione dalle arene di Second Division, più che conosciute dall’allenatore e dal suo assistente, esperti delle province. La promozione rappresentò l’inizio della tanto ripida quanto clamorosa scalata dei Garibaldi Reds, che trovò nella stagione ’77-’78 il crocevia fondamentale.
CONTRO OGNI PRONOSTICO
Fin dalle prime gare di campionato, il Nottingham non dava affatto l’idea di volersi limitare a rispettare i pronostici di inizio stagione. Dopo aver affrontato nell’ordine Everton, Bristol e Derby County, la squadra neopromossa si trovava a punteggio pieno, in vetta alla classifica. Clough e Taylor erano addirittura sopra al Liverpool, compagine che al tempo dettava legge sia in Inghilterra che in Europa. Infatti l’anno prima, mentre al City Ground si festeggiava il ritorno nella massima serie, i Reds portavano a termine il Double, conquistando sia la First Division che la Champions League. Nonostante in estate il Merseyside fosse rimasto orfano di King Kevin Keegan, che coronerà in seguito il suo anno con il Pallone d’Oro, il Liverpool di Bob Paisley rimaneva un reale macchina da guerra, nella quale trovare un punto debole non era affatto facile. Proprio per questo motivo, seppur fossero passate appena tre giornate, vedere i rossi del centro sopra ai rossi dell’Ovest suscitava un certo stupore.
Tuttavia le ali dei Tricky Trees vennero immediatamente tarpate dall’aria di città. Alla quarta giornata infatti, all’Highbury di Londra, l’Arsenal sancì una sonora sconfitta per tre reti a zero, che frenò bruscamente gli animi. Chi non si lasciò scoraggiare da quella battuta d’arresto fu però Peter Taylor, che, come detto, aveva la capacità di captare all’istante le necessità della squadra. La sua bussola prodigiosa puntò in quel momento su Peter Shilton, estremo difensore dello Stoke City, e Archie Gemmill, vecchia conoscenza del Derby County. Entrambi si inserirono da subito nel gruppo dei titolari di Clough, dal quale nessuno li avrebbe più rimossi.

La rosa al completo della stagione 1977-78 (fonte immagine: sito ufficiale Nottingham Forest).
I due leader di periferia furono in grado di costruire una squadra compatta e rocciosa, che si muoveva in campo come un macchinario studiato a meraviglia. Non si trattava di un insieme di talenti che regalavano calcio nella sua forma più creativa, come all’epoca faceva il Barcellona di Cruijff, ma piuttosto di una corazzata capace di tenere testa a chiunque si trovasse di fronte. Gli attacchi avversari venivano prontamente stroncati da un comparto difensivo attento e organizzato, che trovava in un altro nuovo arrivo, Kenny Burns, il suo centro nevralgico. Anche nei rari casi in cui rivali riuscivano a scavalcare il reparto arretrato non c’era da allarmarsi, perché tra i pali Shilton era più che una sicurezza. La manovra offensiva invece passava puntualmente dai piedi di Gemmill, abilissimo nel far ripartire l’azione innescando i contropiedi, l’arma più tagliente dell’arsenale Nottingham. A catalizzare le azioni in gol ci pensavano i due attaccanti, Peter Withe e Tony Woodcock (entrambi termineranno l’annata con 19 reti), insieme all’esterno John Robertson (18 reti in stagione). Quasi paradossalmente Clough e Taylor crearono una catena di montaggio simile a quella usata dalle fabbriche da cui erano evasi. Ciascun membro della formazione sapeva alla perfezione qual’era il suo compito e ognuno doveva svolgerlo in maniera corretta per non rischiare che l’intero meccanismo si inceppasse. Una volta che tutte le componenti avevano preso il proprio posto, ovvero dopo l’arrivo di Shilton e Gemmill, la catena dei Garibaldi Reds iniziò a produrre una serie sbalorditiva di risultati positivi, parendo incapaci di fermarsi.
IL MATCH DELLA SVOLTA
Inizialmente diversi addetti ai lavori britannici definirono il Forest come “flash in the pan”, un fuoco di paglia, destinato a durare qualche giornata appena. Ma, nel caso in cui non si fosse ancora capito, a Clough e Taylor non piaceva affatto rispettare le aspettative. La dimostrazione che Nottingham rappresentava una realtà affermata e non una favola effimera arrivò nel dicembre del ‘77, in uno dei borghi britannici più importanti a livello calcistico, Manchester. I Tricky Trees avevano appena superato un periodo difficile, in cui collezionarono unicamente una vittoria in quattro partite. Burns e compagni furono in grado di uscire da quel momento buio, tuttavia la sfida allo United rappresentava una vera e propria prova del nove, in quanto l’Old Trafford era uno dei terreni più ostici di tutto il torneo.
La gara rappresentò nel migliore dei modi l’essenza dello stile impiantato nella squadra dai due allenatori ed eseguito in maniera puntuale dai calciatori. Un gioco che si basava sulla capacità di attendere che l’avversario abbassasse la guardia, trafiggendolo poi nel momento giusto sfruttando gli spazi a disposizione. I 55’000 spettatori presenti all’Old Trafford restarono stupefatti nel vedere come il Nottingham annichilì con quattro reti i Red Devils, senza compiere eccessivi sforzi e senza subire minimamente la pressione. Nel suo libro Forest Forever il giornalista Don Wright ricorda quel match come il punto cruciale di quel magico anno.
“Nella sua divisa gialla, il Forest ha sorpreso per il suo calcio fluido, giocato di prima, che ha spazzato via uno United in piena forza e, come ha osservato il commentatore della partita Barry Davies, li ha fatti sembrare dei ‘pedoni'”.
Da lì in poi i Garibaldi Reds non si sarebbero più fermati, incamerando una striscia di ben 25 risultati utili consecutivi in campionato. La loro imbattibilità sarebbe durata anche nella stagione successiva, per un totale di oltre un anno solare (dal novembre del ’77 al dicembre del ’78) senza sconfitte.
CAMPIONI D’INGHILTERRA (x2)
Il titolo di campione della First Division sarebbe finito, a questo punto viene da dire quasi inevitabilmente, tra le mani di capitan McGovern e dei suoi compagni. Tuttavia la bacheca del City Ground, che aveva aspettato a lungo prima di poter accogliere trionfi degni di nota, pareva non volersi accontentare di un singolo trofeo in quel periodo così propizio. A precedere l’esaltante conquista della massima serie, ci voleva qualcosa che permettesse di iniziare ad assaporare l’arrivo tra le grandi d’Inghilterra.
Nella sua storia antecedente, il Nottingham aveva ottenuto già due FA Cup, ma ciò che ancora mancava all’appello, oltre al campionato, era la League Cup. Indubbiamente non ci sarebbe stato momento migliore per alzare al cielo quella coppa se non all’inizio di un ciclo vincente che non sarebbe mai più stato replicato nell’East Midlands. Tuttavia lo scarso feeling tra Clough e Taylor e le metropoli blasonate inglesi, a cui già in precedenza si è accennato, aveva seriamente messo a rischio la vittoria.
Il 18 marzo del ‘78 si giocò la finale di League Cup a Wembley, per distacco lo stadio più nobile di tutta la nazione, davanti ad un pubblico di ben 100’000 persone. Non si trattava sicuramente di una cornice usuale per chi è abituato a vivere a tutto tondo la provincia. L’avversario del Forest era quel Liverpool pluristellato a cui aveva rubato i panni di protagonista a livello nazionale (e poco tempo dopo pure europeo). I Reds furono una delle poche compagini ad essere sfuggita alla trappola Nottingham in First Division, cavandosela con due pareggi. Anche nel pomeriggio londinese la gara si concluse senza un vincitore, con i Tricky Trees che subirono gli attacchi avversari, ma non mollarono in nessun modo la presa.
Tutti gli sforzi compiuti dai seguaci di Clough e Taylor nel resistere malgrado non si trovassero nel loro habitat naturale furono ricompensati quattro giorni dopo, quando si giocò il replay della finalissima. L’arena di gioco non era più l’elegante Wembley, bensì le due squadre si spostarono un paio di centinaia di miglia più a Nord, a Manchester. Proprio come accaduto qualche mese prima, il Forest si presentò all’Old Trafford in maglia e calzoncini gialli, sperando che la sorte gli regalasse un esito felice, esattamente nel modo in cui era avvenuto contro lo United. I Reds però non volevano certo farsi demolire come i Red Devils, e infatti il tasso di difficoltà del match si rivelò assai elevato. Una battaglia estremamente equilibrata, che non pareva volersi sbloccare in nessuna maniera. Il lampo che decise la partita arrivò nella ripresa. Il difensore O’Hare, avventuratosi in un’azione offensiva, stava per calciare verso la porta, ma venne sgambettato in area di rigore avversaria da Thompson. Dal dischetto andò Robertson, sotto la curva dei suoi tifosi; tre passi di rincorsa, piattone destro ad incrociare e palla alle spalle del portiere Clemence, che sfiora ma non respinge. I sostenitori ospiti impazzirono di gioia, cominciando un’esultanza che sarebbe durata fino al triplice fischio dell’arbitro e anche oltre.
Esattamente un mese dopo, il 22 aprile, con il pareggio ottenuto a Coventry i Garibaldi Reds raggiunsero l’apogeo della loro storia (fino a quel momento), ottenendo matematicamente la vittoria del campionato, con quattro giornate di anticipo.

Brian Clough regge il trofeo della First Division insieme a Frank Clark (sulla sinistra), mentre Peter Taylor e Martin O’Neil (sulla destra) sollevano la League Cup (fonte immagine: profilo Instagram @efl).
La scalata del Nottingham di Clough e Taylor rimane ancora oggi un mito assoluto, perché è testimonianza di umiltà e sacrificio, ma al contempo anche di genialità e successo. Il ciclo glorioso di del Forest si concluse con un complessivo di due League Cup, una Community Shield, una First Division, una Supercoppa UEFA e due Coppe dei Campioni, diventando uno dei corsi più romantici dell’intera storia del calcio. Quel Nottingham forse non era affascinante e spettacolare, ma era, davvero, imbattibile.
(Fonte immagine in evidenza: profilo Instagram @nottinghamforestbrasil)