Calciatrice, dirigente, seconda voce, opinionista e scrittrice. Katia Serra è il perfetto esempio di come conciliare, anche simultaneamente, tante e diverse carriere ai massimi livelli. In questa intervista su Numero Diez ripercorriamo tutte le tappe salienti di un percorso che, ad oggi, la rendono una delle figure più professionali nel panorama calcistico italiano.
In un’intervista racconti di aver iniziato a giocare a calcio grazie ad una forte passione e alla spinta di tua mamma: soprattutto per una bambina, quanto conta l’aiuto dei genitori a cimentarsi in uno sport visto così profondamente solo per maschi?
“Conta molto. Io ero una bambina portata per fare sport, ne ho praticati molti prima di scegliere il pallone. Ai tempi era impensabile giocare a calcio, mi divertivo solo a scuola con i compagni. Poi è nata la possibilità e i miei genitori mi hanno accompagnata al primo allenamento quasi per scherzo: ero una bimba in mezzo ad adulte. Col tempo hanno capito che era più forte di me fare sport, dato che ho conciliato calcio e basket fino ai 17 anni. I miei genitori mi hanno sempre capita e sostenuta: ovunque giocassi in Italia, si sobbarcavano chilometri per essere sempre presenti. Hanno mostrato vicinanza non solo a parole, ma con fatti concreti“.
Diventi dirigente AIC nel 2004, ancora nel pieno della tua carriera calcistica. Come si conciliano due impegni così carichi di responsabilità? Hai tratto ispirazione da qualcuno in particolare?
“Ero già abituata ad unire più impegni importanti tra loro. Noi donne abbiamo iniziato ad essere incluse nel sindacato dal Decreto Melandri (da Giovanna Melandri, Ministro per i beni e le attività culturali, ndr), ma eravamo ancora invisibili: ne facevamo parte solo grazie al decreto, non per vero interesse degli altri. Quando mi proposero il ruolo accettai subito: volevo creare un sistema di aiuto che sopperisse a tutte le differenze e a tutte le ingiustizie che abbiamo subito come calciatrici. La più grande difficoltà fu far capire la nostra carenza e le nostre esigenze, cioè far capire come vivere in maniera migliore con lo sport. Quando terminai la mia carriera da calciatrice è diventato qualcosa di più impegnativo perché avevo più tempo da dedicarci. Ma la vera svolta è arrivata con Damiano Tommasi: quando è diventato presidente ci è voluto poco a fargli capire chi eravamo e dove volevamo arrivare. Lui ci ha capite ed è nata una simbiosi professionale: ci prendevano per matti perché eravamo gli unici a girare l’Italia per sensibilizzare su questo tema. Il nostro percorso, piano piano sempre più seguito, ha portato alla delibera del professionismo nel giugno 2020, divenuto tale il 1 luglio 2022. È stato un percorso estremamente impegnativo e sempre più pregnante da quando ho smesso di giocare”.
Poi il ruolo di commentatrice tecnica: che cosa hai provato quando ti è stato detto che avresti commentato con Stefano Bizzotto la finale di Euro2020?
“Dopo la telefonata del direttore ho provato una gioia immensa e ho pianto dalla felicità. Io ho iniziato a fare la commentatrice tecnica nel 2010 un po’ per caso, seguendo le partite di calcio femminile. Poi ho fatto la vera e propria gavetta nel calcio maschile, passando dalla Lega Pro alle Nazionali giovanili, sono passata a Sky Sport, diventando la prima donna a commentare partite di Serie A, e sono tornata in Rai. Non ero nuova nel settore, ma sapevo che, quando sarebbe uscita la notizia, in molti avrebbero detto: “Ma chi è questa?”, “Non è all’altezza”, però anche tanti: “Finalmente una donna!”. Io durante l’Europeo con Stefano Bizzotto avevo già commentato il gruppo F con Germania, Francia e Portogallo, per cui avevo avuto a che fare con partite di un certo rilievo. Non c’è stato tempo di preparare adeguatamente la partita, ma è stata una grandissima opportunità, colta in primis dalla bravura degli azzurri e del CT Mancini, che mi ha aiutata ad essere ancora più credibile agli occhi del pubblico. Mi sono giocata bene la partita più difficile, ma la carriera di una donna è sempre un sali scendi…“.
E, a tal proposito, cosa ti senti di dire sulla scelta della Rai di non assegnarti un posto come opinionista o seconda voce per le partite di calcio maschile di questa stagione?
“È frutto del fatto che, come in ogni azienda, cambiano i direttori e si fanno scelte editoriali diverse. Io ho certamente patito questa scelta, ma mi godo il ruolo di rilievo che ricopro per la stagione di Serie A femminile“.
“Una vita in fuorigioco” è il titolo del suo libro: quando le è venuto in mente di scriverlo e a chi lo consiglierebbe?
“Ho scritto il libro perché la casa editrice mi ha chiesto di farlo e ho colto un’opportunuità che mi è stata proposta. È un mix tra manuale, romanzo e autobiografia sviluppato per poter arrivare sì alle donne che vogliono cimentarsi nel calcio, ma anche a tutte le persone che possono trarre ispirazione dalla storia di una persona comune che ha costruito qualcosa di inimmaginabile quando ha iniziato. Può essere letto anche da chi non ha interesse per il calcio, soprattutto per il modo in cui è strutturato. È alternato tra l’esperienza di Wembley e l’esperienza trasversale nel calcio, come in una telecronaca a due voci: sono riuscita a creare qualcosa che ricordasse questo lavoro che mi piace tantissimo. Nel libro ho voluto inserire delle testimonianze di persone che hanno lavorato con me e che hanno scritto di loro pugno. Il fatto di essere rappresentata da uomini che nei loro settori si sono realizzati ai massimi livelli, e che hanno accettato subito questo impegno, è un altro obiettivo raggiunto e un privilegio“.
Il libro “Una vita in fuorigioco” di Katia Serra verrà presentato mercoledì 25 ottobre alle ore 21, al Teatro Duse di Bologna, insieme a Lele Adani, Stefano Bizzotto e Damiano Tommasi, con la moderazione di Matteo Marani. I biglietti sono ancora acquistabili su Vivaticket e ogni partecipante riceverà in omaggio una copia del libro. L’incasso sarà devoluto al Fondo sociale di comunità metropolitana “Alluvione maggio 2023“, per aiutare le popolazioni alluvionate dell’Emilia Romagna.
Cosa dobbiamo aspettarci dall’incontro del 25 ottobre?
“Sono onorata che un teatro così importante a Bologna mi apra le porte e sono felice di condividere la serata con persone con cui c’è stima profonda, umana e professionale. Vi racconteremo qualcosa che non è mai stato scritto né sentito. Sarà una serata spensierata e con allegria, ma abbiamo voluto che tutto questo aiutasse gli alluvionati di maggio 2023. Ci teniamo molto a vedere tanta gente“.
Stasera c’è Inghilterra-Italia proprio a Wembley, una partita speciale per te. Che idea ti sei fatta sulla sfida?
“Incontriamo una squadra più collaudata che ha cambiato meno di noi. Siamo molto diversi rispetto al 2021 e puntiamo su una qualità collettiva che mi sembra si sia ben animata con Spalletti. Il CT mi sta piacendo molto nella gestione dei novanta minuti e nella comunicazione con la squadra, per metterli nelle migliori condizioni di giocare questa partita contro dei veri fenomeni come Bellingham e Kane, per citarne due. Resta sempre una partita equilibrata tra due squadre che si temono per tradizione. Credo che se noi riusciremo a rimanere equilibrati durante la partita, abbiamo una squadra che è nelle condizioni ambientali di pensare solo al campo e non al passato, di pensare solo al presente che è sì pieno di insidie, ma senza gli alibi a cui eravamo sempre abituati. Questo switch è molto importante, siamo ad una fase del torneo in cui la squadra deve fare risultato“.
E ripensando all’ultimo Inghilterra-Italia giocato a Wembley, dove tu eri la seconda voce, che emozioni ti suscita la partita?
“Ci rifletto già da ieri sera: pensare a dove sono oggi rispetto a dove fossi nel 2021 è sicuramente una bella differenza. Vivo l’attesa da tifosa, sarò a tifare, ma avrei voluto essere ancora lì a dimostrare e raccontare almeno un minuto della mia competenza. Conosco quello stadio da ogni angolo: ho fatto la seconda voce in cabina di commento per la finale degli Europei maschili e l’opionionista a bordocampo per Inghilterra-Germania, finale degli Europei femminili. È una struttura che regala un’adrenalina incredibile, in una zona centrale di Londra e che ho sempre visto pieno“.