ESCLUSIVA – Zuddas (vice all.Partizan Belgrado): “Vi presento il mio calcio difensivo votato all’attacco. Popovic al Napoli? Lo avrei visto meglio al Milan…”

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ZUDDAS PARTIZAN POPOVIC – Nove paesi diversi, altrettanti culture differenti, ma il suo modo di vedere il calcio segue principi difensivi ferrei e vincenti. Spiegare in poche righe la complessità e la ricchezza della carriera da tecnico di Valerio Zuddas sarebbe alquanto riduttivo. A 34 anni compiuti, questi ha potuto lavorare in Italia, Romania, Georgia, Ungheria Cipro, Croazia, Scozia, Moldavia e Serbia. Partito dalle indimenticabili esperienze in Serie C come responsabile tecnico dell’ormai decaduta Lupa Roma e in qualità di preparatore atletico nella Reggina, oggi ricopre il ruolo di vice allenatore del Partizan Belgrado. Ne ha fatta di strada il giovane allenatore romano, che, nella sua carriera, ha potuto costruire un palmarès di tutto rispetto. In otto e mezzo di percorso tecnico, Zuddas ha sempre disputato competizioni internazionali.

Probabilmente nella scorsa stagione, questi ha raggiunto il punto più alto con lo Sheriff Tiraspol. I moldavi hanno chiuso la loro stagione continentale agli ottavi di Conference League contro il Nizza, prima di vincere il campionato e la Coppa di Moldavia. Il ventunesimo titolo nazionale e la dodicesima coppa moldava nella storia del predetto club hanno arricchito la bacheca di trofei di Valerio, il quale è arrivato a Tiraspol forte di un altro riconoscimento nazionale. Il trofeo in questione è la Coppa d'Ungheria, conquistata con l'Honved nella stagione 2019-2020 nella cornice della Puskas Arena. Questi obiettivi fortificano il suo obiettivo è quello di divenire allenatore e di poter incidere in prima battuta sulle sue squadre, magari in paesi più quotati a livello europeo che possano offrire un’opportunità a profili giovani come il suo. Tuttavia, si parla di futuro remoto da costruire attraverso un passato e un presente, fatto di ottimi risultati ottenuti e di giocatori da far sbocciare e conoscere a tutto il panorama calcistico continentale: l’esempio di Matija Popovic rappresenta solo un piccolo campione sotto questo aspetto, che svisceriamo di seguito nella nostra lunga e ricca intervista intrattenuta in ESCLUSIVA con Valerio Zuddas.

ZUDDAS PARTIZAN POPOVIC – L’INTERVISTA IN ESCLUSIVA

Sei un preparatore atletico e un assistant manager. In poche parole: sei un uomo di calcio anche tra l’altro molto giovane. Partiamo dagli albori della tua carriera: come hai cominciato questa carriera? Qual è stata la miccia che ti ha portato ad affrontare questa tipo di carriera in “tenera età”?

Io lavoro da vice allenatore ormai da tanti anni, però iniziai il mio percorso da preparatore atletico nei miei primi due anni della mia carriera di allenatore. Ho avuto la fortuna di vedere un po’ da tutti i punti di vista il ruolo di collaboratore tecnico, essendo prima preparatore, poi assistente e, quindi, vice allenatore. Questo mi ha aiutato molto nella mia crescita nel percorso da allenatore, che è stata una scelta forzata. Purtroppo ho capito quasi subito che non sarei potuto arrivare ai livelli da giocatore top, che tutti sogniamo di raggiungere. Pertanto, ho deciso di fare una scelta abbastanza dolorosa, perchè, magari, ci si rende conto di non poter giocare su alti standard e ci si mette davanti a un bivio: o si accetta di giocare in serie minori o iniziare un percorso alternativo. A me piaceva tanto, perchè sentivo di avere una predisposizione ad allenare e ho iniziato: è stato abbastanza forte come impatto passare dall’altro lato dello spogliatoio, ma credo di aver fatto la scelta giusta“.

Come si fa a intraprendere questo percorso tecnico e a crescere di livello fino al ruolo di vice allenatore e, più in generale, di allenatore, che immaginiamo sarà l’apice della tua carriera?

Non c’è un manuale da questo punto di vista. All’inizio ho trovato poco spazio in Italia e, per costruirsi il proprio spazio, bisogna esplorare situazioni estere. Da questo punto di vista ho avuto la fortuna e il coraggio di andare in paesi “non centrali” calcisticamente: bisogna accettare quello che passa. Non avendo avuto trascorsi da giocatore di alto livello, non è che mi poteva bussare alla porta la Juventus…ho fatto e sto facendo un po’ di giri larghi con l’obiettivo di rientrare nei campionati di spicco a livello europeo. Al momento, però, devo rispettare dei parametri di flessibilità e adattamento, che sono fattori fondamentali per il mio lavoro. Tuttavia, non mi lamento. È da dieci stagioni di seguito che riesco a lavorare, facendo un piccolo passo avanti. Spero che sia così anche per l’anno prossimo“.

Quanto è stato difficile dover mettersi in discussione lontano da casa e da aspetti umani, che condizionano la vita di una persona?

Dipende da quanto vuoi qualcosa. Se la vuoi fortemente, non sei condizionato. Io avevo tantissimo entusiasmo e ce l’ho ancora oggi. Non è mai stato un problema andare fuori dall’Italia, anche se, all’inizio, avevo dei preconcetti. Ricordo quando ho accettato l’offerta del Kolkheti-1913 Poti in Georgia nel 2018. Ero molto scettico riguardo quest’avventura. Mi chiedevo se stessi facendo bene ad andare lì e cosa mi aspettasse. Invece, ho scoperto un paese fantastico e tantissimi talenti, che adesso sono presenti anche nel nostro campionato. Magari non sarà un paese quotatissimo, ma ho avuto la fortuna di giocare contro giocatori nazionali fortissimi, i quali permeano in parte tutti e cinque i principali tornei europei. Inoltre posso dire di aver disputato partite in stadi bellissimi. Questo vale non solo per la Georgia, ma vale anche per la Romania, Cipro, la Croazia e la Scozia. In definitiva, suggerisco ad altri miei colleghi, che hanno il mio stesso background, di provare a vedere cosa c’è al di fuori del nostro paese…“.

La tua carriera ci suggerisce come sia abbastanza difficile per un allenatore come te allenare in Italia? Sai spiegarci perchè è così complicato vedere un tecnico particolarmente giovane nel nostro paese?

Noi siamo molto apprezzati a livello calcistico. Nei paesi in cui ho lavorato ho percepito questa sensazione, che si può estendere anche a tutto il mondo: siamo apprezzati come tecnici. Ciò che mi sento di suggerire è che dovremmo guardare un po’ più alle altre federazioni. In Inghilterra, la Championship gli allenatori hanno una media oscilla tra i 34 e i 36 anni. Anche in Francia ci sono allenatori molto giovani: l’unica eccezione per gli italiani è Farioli, che sta facendo molto bene. In generale, credo che il trend sia cambiato da quando il Bayern Monaco ha offerto la panchina a Nagelsmann a soli 33 anni e mezzo…Come si può vedere non è una questione d’età. Se uno è bravo, non bisogna aspettare che la carta d’identità diventi più matura per essere sedersi sulla panchina di una grande squadra. In Italia si parla di allenatori di 33/34/35 anni, ma la realtà è che non ce sono: il sistema per diventare allenatore non lo consente. Nella nostra realtà consideriamo giovani allenatori gente che ha 50 anni…Al di là di ciò, credo che anche noi arriveremo ad abbattere queste “barriere” dell’età. In questa stagione col Partizan abbiamo giocato i playoff di Conference League contro il Nordsjælland. L’allenatore dei danesi (Johannes Hoff Thorup, ndr) ha 34 anni e ha preso le redini della Prima Squadra, con cui gioca un calcio divertente: sono rimasto sorpreso…Dovremmo essere più all’avanguardia da questo punto di vista“.

Cosa pensi che debba cambiare per far sì che l’Italia diventi un paese più accogliente per i giovani allenatori?

Leggevo qualche tempo fa un articolo sugli allenatori italiani all’estero. Ce sono circa 55 o 56, ma circa 20 o 22 allenano a Malta o a San Marino. È un peccato, perchè io vedo nazioni con molti meno abitanti, molte meno possibilità economiche e molta meno tradizione calcistica e di formazione essere avanti a noi. Prendo ad esempio la Croazia: in ogni campionato europeo c’è un giocatore o un allenatore croato e parliamo di un paese di quattro milioni di abitanti…L’Italia, che è più nettamente più grande della Croazia, dovrebbe fare lo stesso se non meglio a livello mondiale. Purtroppo, però, siamo preparati per fare solo il nostro campionato. Poi, ci saranno sempre le eccezioni che confermano la regola come lo sono stati Ancelotti, Mancini, Conte e Farioli. Dovremmo fare molto di più e prendere spunto da altri paesi ed essere più aperti a scambi di nozioni con questi ultimi. Magari, a livello di formazione, sarebbe molto utile avere dei docenti stranieri“.

Al termine di tutte queste tue considerazioni, faccio queste due domande: il tuo prossimo step sarà quello di diventare il capo tecnico di una squadra? Se sì, pensi che sia più attuabile diventare allenatore all’estero o in Italia in un futuro?

Chiaramente l’ambizione è quella di diventare allenatore, ma le occasioni vengono da sole e non voglio forzare questo percorso, che mi ha permesso di lavorare con diciotto allenatori diversi e di svariate nazionalità. Lavorare all’estero mi ha permesso di vivere il calcio in maniera diversa e di produrlo con persone di mentalità, organizzazione e metodologie diverse. Per quanto riguarda il mio futuro, non saprei direi: allenare all’estero non sarebbe un problema, visto che non ho problemi a livello linguistico. L’importante è che ci sia un campo di calcio e la mia famiglia con me“.

Che ruolo hai intrapreso nella tua carriera di calciatore? Quest’infarinatura di carriera che hai avuto sul campo è stata determinante per cominciare il percorso di calciatore?

Sicuramente mi ha aiutato. Io ho giocato come difensore, dopo aver iniziato come centrocampista. Questa infarinatura ha permesso di occuparmi particolarmente della cura dell’organizzazione difensiva delle mie squadre. Questo lavoro mi ha permesso di ottenere cinque record difensivi in cinque paesi diversi: sono anche abbastanza fortunato da questo punto di vista. Tengo particolarmente al ruolo dei difensori e della linea difensiva, perchè penso che sia la giusta base per impostare un calcio propositivo. Sembra il contrario, ma essere organizzati a livello difensivo e sapere cosa devi fare quando perdi il pallone, ti permette di rischiare di più di essere più aggressivo e offensivo. Non a caso tutte le squadre che sono al top delle classifiche europee e mondiali sono quelle che concedono meno goal. Tale accuratezza, che ho apportato, ha permesso di lavorare al Partizan di lavorare sul calciomercato in uscita. Tra domenica e lunedì è stato annunciato il trasferimento di un nostro difensore al Bologna: si tratta di Ilic. Ma non è l’unico che posso citare: posso citare anche Ryan Porteous, che è andato al Watford e adesso ha buonissime chances di giocare gli Europei con la Scozia, Mario Vuskovic, David Čolina…Insomma, ce ne sono tanti“.

La visione di un calcio offensivo dapprima basato su un’accurata fase difensiva è una visione molto interessante che ingloba due modi diversi di guardare il calcio. A coloro che prestano più attenzione alla proposta di gioco si contrappongono quelli che vedono nel risultato l’unico aspetto da tenere in considerazione: tu da che parte ti schieri ideologicamente?

Anzitutto vorrei fare una precisazione riguardante fase difensiva e fase offensiva. Anzitutto, non sono cose delineate. Quando ho il pallone, posso attaccare o difendere. Quando sto pressando alto un avversario, sto attaccando o sto difendendo? Non sto difendendo, ma sto attaccando il mio diretto concorrente. Quello che conta per una squadra di calcio è avere un equilibrio. Prendiamo il Manchester City, l’Arsenal o altre squadre d’élite in Europa: vi invito a vedere come curano la fase difensiva queste formazioni. Ciò che si vede è il calcio spettacolare, ma posso assicurare che l’attenzione al dettaglio di contenimento difensivo è davvero molto alta. Chiaramente il calcio è molto fluido ed è per questo che, a me, non piacciono gli “estremisti” di questo sport. Organizzare una squadra senza avere una forte organizzazione difensiva è come costruire una casa dal tetto: entrambe le fasi devono avere uguale importanza. Vanno curate nel dettaglio, sapendo che una prescinde dall’altra. Solo così si può performare ad alto livello e si può stare nelle prime posizioni della classifica“.

Nel tuo intervento si carpisce l’importanza di costituire una buona fase difensiva e di essere un buon difensore. Perchè questi due fattori assumono un’importanza centrale in funzione di una squadra? Al di là del non prendere goal, il difensore diventa fondamentale, perchè diventa il primo “regista” della squadra?

Sì, nel calcio moderno il primo attaccante è il difensore, se non addirittura il portiere. Viene richiesta un’elevata capacità tecnica che, magari, il difensore di tanti anni fa non aveva per il semplice fatto che al difensore di tanti anni fa veniva richiesto di essere dei buoni marcatori, veloci e bravi nei duelli aerei. Attenzione, queste caratteristiche non devono mancare neanche oggi: vedo tanti difensori che sono difensori bravi con il pallone, ma poi non sono dei marcatori e poi non sanno quando marcare o coprire, come difendere in ampiezza o in profondità. Tuttavia, va sottolineato come la richiesta del gioco è completamente, perchè il livello tecnico si è alzato tanto. Pertanto, un difensore deve essere in grado di essere a suo agio nell’impostare il gioco, perchè ci sono tante rotazioni nella parte bassa del campo, quando si comincia il palleggio“.

Da questo punto di vista chi è il difensore che incarna meglio quello che è anche il tuo modo di vedere la fase difensiva a livello generale?

Ce ne sono tanti. Non voglio fare i nomi nel calcio d’élite, ma vorrei fare il nome di questo ragazzo a cui sono particolarmente legato, perchè ho avuto modo di tastarne la sua crescita fino appunto alla convocazione nella nazionale scozzese: parlo, appunto di Ryan Porteous. Attualmente gioca al Watford, ma l’ho rivisto in occasione della partita valida per le qualificazioni agli Europei contro la Spagna e contro la Georgia, che sono valse il pass per la predetta competizione. È un tipo di giocatore, che può avere nelle corde dei passaggi importanti di 40 m sul lungo o la capacità di giocare nel breve o nel palleggio con un centrocampista. È forte fisicamente, è un leader difensivo in grado di comandare tutta la linea ed, eventualmente, di giocare da playmaker, leggendo le rotazioni con la palla e senza la palla. Credo sia questo il prototipo del difensore moderno e credo che ne sentiremo molto parlare di lui nei prossimi anni“.

Dove hai allenato questo ragazzo?

L’ho allenato all’Hibernian. Con me è stato il miglior difensore del campionato, in cui spiccano soprattutto Celtic e Rangers. Aveva dei numeri impressionanti ed è cresciuto tantissimo a livello tattico e disciplinare. È diventato un leader della difesa: infatti, proprio per questo l’estate successiva è stato ingaggiato dal Watford dei Pozzo, che sono anche proprietari dell’Udinese. Quindi, spero di poterlo vedere anche nel nostro campionato“.

La crescita di questo giocatore è un piccolo grande campione del tuo lavoro di allenatore, che hai svolto in nove paesi! Hai vinto diversi trofei sulla base delle tue teorie conquistando anche cinque record difensivi. A proposito di riconoscimenti, con quali squadre hai ottenuto tali record e cosa sei riuscito a conquistare attraverso la tua idea di calcio di fase difensiva ferrea, ma pronta a impostare verso l’attacco?

Innanzitutto, mi preme ricordare che la cultura del paese in cui si va ad allenare è strettamente correlata al modo di fare calcio di ciascun campionato. Faccio l’esempio della Scozia: quando sono arrivato lì, nel dicembre del 2021, il campionato scozzese risultava per numeri il torneo con più percentuale di palle lunghe giocate. Chiaramente loro giocavano con una difesa a uomo quasi a tutto campo, ogni giocata lunga era un’opportunità da goal potenziale per gli avversari, qualora fossero entrati in possesso della sfera. Quindi, con il lavoro dell’intero staff abbiamo lavorato su una difesa a zona molto strutturata e abbiamo lavorato molto sul fuorigioco, sui segnali, sui movimenti dell’intera linea, sugli scivolamenti, su chi andava a saltare e sulle palle alte. Questo intenso lavoro ha prodotto i suoi risultati, perchè siamo stati la seconda miglior difesa dopo quella del Celtic e davanti a quella dei Rangers. Quest’ottimo rendimento ha prodotto degli ottimi risultati e ha permesso a diversi giocatori di emigrare in campionati più importanti: Doig è andato all’Hellas Verona alla fine di quella stagione. Chiaramente la musica è cambiata quando sono stato allo Sheriff Tiraspol lo scorso anno o adesso che sono qui al Partizan“.

In cosa si materializza questa differenza?

Queste squadre hanno il possesso palla per il 70-80% del tempo. Pertanto gli avversari si rendono pericolosi con i contropiedi o i calci piazzati. Quindi dobbiamo cercare di curare al meglio questi ultimi e dobbiamo trovare delle contromisure sulle marcature preventive per essere organizzati nella transizione difensiva. In Croazia funziona più o meno alla stessa maniera: quando sono andato all’Hajduk Spalato, eravamo a -18 dall’Europa e, con un media di due punti a partita, abbiamo terminato il campionato, qualificandoci per l’Europa con la miglior difesa del campionato. Tale situazione si è ripetuta anche quando sono andato in Ungheria, all’Honved. E come se non bastasse, con il Partizan siamo stati tra le prime cinque europee per numero di minuti consecutivi senza subire goal: siamo stati in grado di metterci alle spalle il Bayern Monaco, il Celtic e il Galatasaray e di piazzarci appena dietro il Nizza. Inoltre abbiamo ottenuto tredici vittorie di fila, facendo segnare il maggior numero di clean sheet nella prima parte della stagione. Questi dati ci hanno proiettato al comando della classifica del campionato serbo, che abbiamo legittimato con la vittoria prima della pausa contro la Stella Rossa per 2-1“.

Hai citato il Partizan Belgrado: ultimamente sta emergendo agli onori della cronaca il nome di Matija Popovic, che sicuramente hai avuto modo di seguire. Prima dell’affondo decisivo del Napoli, è stato desiderato da varie big italiane (Juventus, Milan e Inter, ndr) ed estere (Bayern Monaco e Porto). Che tipo di giocatore è? Dove lo vedresti meglio per dare il là alla sua evoluzione? In Serie A potrebbe avere una collocazione immediata? Se sì, dove?

Nei Balcani, a livello generico, ci sono tantissimi talenti e campioni, che poi si affermano nelle maggiori leghe europee. Abbiamo tanti ragazzi nel Partizan Under 19, che stanno facendo la UEFA Youth League e che vedremo in Italia o in altri campionati europei. A livello fisico e mentale, questi ragazzi hanno una marcia in più rispetto ai giovani del nostro campionato. Tuttavia vanno presi quando hanno sedici, diciassette o diciotto anni e vanno inseriti nelle leghe principali, in cui possono imparare a sviluppare un senso più tattico e giocare un calcio più europeo. Altrimenti c’è il grande rischio che rimangano qui e che perdano di valore sia a livello di mercato che a livello di sviluppo calcistico. Quando sei giovane, devi giocare. Chiaramente nelle squadre citate è molto difficile trovare spazio, però posso dire che il campionato italiano è uno dei tornei che riesce a formare al meglio un giocatore da un punto di vista tattico. Non ho mai avuto Popovic nella Prima Squadra, perchè si allenava nell’Under 19. Nonostante ciò ho avuto modo di seguirlo. Mentalmente è pronto per fare il salto. Matija non è ancora un giocatore formato: va costruito fisicamente e deve migliorare ancora alcune scelte e innalzare la velocità con cui eseguirle, anche se ha grande potenziale. L’importante è che vada in una squadra in cui ci sia una fase offensiva affiatata esperta. Pertanto vedo bene l’innesto di Matija in Italia nella prima parte della sua carriera. Penso che in due anni possa uscire fuori in maniera esponenziale tra un paio d’anni. Napoli? Io credo che il Milan avrebbe potuto essere la soluzione ideale per lui. D’altro canto credo che fisicamente possa essere già pronto per campionati un po’ più veloci come Bundesliga e Premier League“.

Tra le nuove leve, che stai allenando al Partizan e che ti sta impressionando tanto per qualità e applicazione, c’è un nuovo Popovic?

Ce n’è più di uno. In primis, parto da Saldanha, che è il nostro attaccante: mezza Europa è già sulle sue tracce. Attualmente è il capocannoniere del campionato, questo giocatore fa letteralmente la differenza! Poi c’è Markovic, che è il nostro capitano per le principali cinque leghe europee. Al di là di questi nomi abbiamo altri due o tre giocatori, di ci sentiremo parlare. L’Italia pesca tantissimo dalla Serbia. Qualcuno dei nostri è già stato accostato a squadre italiane e penso che qualcosa potrebbe avvenire già in questa sessione di calciomercato…“.

 

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Scritto da

Matteo Barile