È una calda sera di metà agosto, una di quelle classiche serate estive dove l’afa della giornata sembra scivolare via di dosso con il dolce refrigerio della notte. Tutta Italia è in vacanza: è l’11 agosto, siamo a ridosso di Ferragosto. C’è chi ha passato la giornata al mare, chi a sistemare le ultime cose prima delle ferie, chi a combattere contro il caldo appiccicoso del giorno. Nessuno, però, pensa al calcio; del resto, l’inizio del campionato è ancora troppo lontano per balenare nella testa degli appassionati. Eppure quella sera si sta giocando una partita: è un Genoa-Lecce, valido per il primo turno di Coppa Italia, deciso dalle quattro reti di un neoacquisto dei rossoblù. Si chiama Krzysztof (e il nome è già tutto un programma) PìatekO forse Piàtek, o forse ancora Piontek. Nessuno ha la benché minima idea di come si pronunci il cognome di “questo” Piatek, ma quella sera qualcuno comincia a parlare di lui.

ONE SEASON WONDER?

Di lì a poco tutti, ma proprio tutti, parleranno di lui. Dalla Polonia con furore, il giovane Piatek stupisce il calcio italiano ogni giorno che passa. La storia, poi, è nota. Al giro di boa della stessa stagione il polacco vanta già 13 reti (e, considerando la Coppa Italia, presenta una media di un goal a partita). Così il Milan di Gattuso, alla disperata ricerca di una punta di livello, a gennaio sborsa 40 milioni e gli mette la casacca rossonera addosso. Scelta nefasta, a ripensarci oggi. Dopo un inizio scoppiettante, il declino è inarrestabile. Fa le valigie per la Germania nel calciomercato invernale successivo, alla ricerca di fortuna all’Hertha Berlino.

Ed eccoci arrivati, dunque, ai giorni nostri. Piatek è tornato in Italia alla Fiorentina nella scorsa finestra di mercato. A due anni dall’ultimo incontro ravvicinato con il calcio italiano, molti sono ancora convinti che il polacco sia un one season wonder, termine che gli inglesi usano per i giocatori capaci di una sola stagione ad alti livelli. Insomma, un fuoco di paglia. Effettivamente Piatek dà l’impressione di essere uno di quei calciatori. Dopo la prima stagione nella penisola non ha più brillato; e, in due anni all’Hertha, ha racimolato appena 13 goal.

QUESTIONE DI SANGUE…SLAVO

Eppure, non si sa per quale assurda legge del calcio, è tornato in Italia e in quattro partite ha segnato tre goal. Due in particolare sono arrivati nella “sua” Coppa Italia, lì dove in 9 presenze ha insaccato 12 volte. In media una rete ogni 50 minuti. Sarà il clima del Belpaese, ma Piatek sembra rinato, non appena ha messo piede a Firenze. In realtà un simile impatto non deve stupire: che il polacco abbia determinazione da vendere è cosa nota. Del resto, basta leggere le sue dichiarazioni alla conferenza stampa di presentazione. Incalzato sulla possibile termine di paragone con Vlahovic, risponde così:

È un grande attaccante (Vlahovic, ndr), ma io ho fatto 30 goal in una sola stagione“.

Più chiaro di così. Nonostante il serbo sia uno degli attaccanti più in voga al momento e Piatek stesso venga da diverse stagioni di anonimato, non ha avuto dubbi nel rimarcare la propria determinazione. Non dimentichiamoci che è uno slavo: e, si sa, questo è un popolo, caratterizzato da gente che non si dà per vinta tanto facilmente. I venti del calciomercato, però, hanno portato un altro slavo (Vlahovic, ndr) lontano da Firenze; per cui, si può dire che la situazione del Pistolero polacco è ulteriormente migliorata. Un po’ meno quella della Fiorentina, ma questa è un’altra storia. Non sarà facile raccogliere l’eredità di un attaccante da 18 goal in 22 partite e non c’è bisogno di avere un’eccessiva onestà intellettuale per ammettere che Vlahovic sia di tutt’altro livello rispetto al pur meritevole Piatek. Tuttavia il confronto con il serbo potrà essere uno stimolo in più per far bene in quel di Firenze. Ai posteri l’ardua sentenza.

L’ADATTAMENTO LA “LOTTA PER LA SOPRAVVIVENZA”

Ora mister Italiano ha il compito più difficile: cucirgli addosso il 4-3-3 viola di tendenza offensivista: una filosofia di gioco che, in realtà, potrebbe premiare le qualità del classe ’95. Piatek, in fondo, ha già sperimentato un tridente offensivo nella sua esperienza in rossonero. Tra l’altro, con discreto successo (almeno all’inizio). All’epoca c’erano Suso e uno tra Çalhanoğlu e Castillejo, adesso ci saranno González, Ikoné e Callejón, ma il succo è sempre lo stesso.

L’ultima variabile da considerare, però, è il ballottaggio con Cabral. Il brasiliano è arrivato dal Basilea nell’ultima sessione di trattative per puntellare il reparto offensivo dopo la partenza di Vlahovic. Italiano si trova a dover scegliere tra uno e l’altro, anche se non è completamente da escludere una convivenza dei due. Tuttavia, la sensazione è che il polacco avrà la meglio in questa lotta “per la sopravvivenza”: ha già giocato nel campionato italiano, mentre il collega dovrà ambientarsi negli schemi del calcio della penisola. In più Piatek è partito col botto: e questo non è un elemento da sottovalutare.

Adesso, dunque, non resta che accomodarsi e attendere il verdetto del campo; tanto, alla fine, è sempre quello a parlare. I posteri ci diranno se Piatek tornerà ai livelli della sua esperienza a Genova o se veramente è stato solo un fuoco di paglia. Straordinario certo, ma pur sempre un fuoco di paglia. Da una parte c’è la via per la gloria, dall’altra quella per l’oblio: è l’ora di scegliere.