L’innesco. È tutta una questione di innesco. Ogni azione umana, ogni evento storico e avvenimento che vediamo svilupparsi davanti ai nostri occhi non è altro che il prodotto di altri fattori. Una conseguenza apparentemente isolata, come fosse un numero primo. Ma c’è sempre una sorgente. Ogni grande fiume ha i suoi affluenti, per quanto limitati o modesti essi possano apparire.
E la vicenda che analizzeremo del Valencia non fa eccezioni. Anzi, è la prova definitiva che a tutto c’è un innesco, e che una volta trovato ogni cosa si dispiegherà alla nostra vista in maniera più naturale.

Fonte immagine: profilo Instagram Valencia
Ma iniziamo dalla fine. Il mercato di gennaio è stato pensato per permettere alle società di metter mano alla propria rosa, modificando eventuali errori estivi o problematiche di qualsiasi genere in circa 30 giorni. E il Valencia ha fatto esattamente questo. I Pipistrelli, attualmente al quinto posto in Liga e agli ottavi di finale di Champions League, hanno fatto pesca grossa dall’Italia, tesserando per questo finale di stagione Alessandro Florenzi direttamente dalla Roma. L’ex capitano giallorosso è arrivato a sostituire Cristiano Piccini, terzino destro acquistato due anni fa per 10 milioni di euro. Dopo una buona annata, all’inizio di questa stagione ha subito un terribile infortunio che lo terrà fuori ancora per qualche tempo.
Così è arrivato Florenzi. Due italiani nello stesso ruolo è di certo una particolarità per un club straniero. Ma non è una novità per la storia del Valencia.
IL PIONIERE
Quella tra il Valencia e l’Italia infatti è una storia ricca di intrecci e analogie, tanto che risulta essere il club spagnolo in cui hanno giocato più italiani: 10. A questi poi vanno aggiunti due allenatori sempre Made in Italy: il primo è Claudio Ranieri, che ha seduto su questa panchina addirittura in due occasioni differenti (la prima dal 1997 al 1999, quando si è qualificato in Champions e ha vinto la Coppa del Re, poi nel 2004 quando è stato esonerato a metà stagione); l’altro è Cesare Prandelli, che ha firmato prima il contratto nell’estate del 2016 e poi la risoluzione dello stesso nel giro di pochi mesi per via di un rapporto burrascoso con la società.
Ma chi è stato il primo italiano a sbarcare a Valencia? Il suo nome è Amedeo Carboni, e la sua storia da quelle parti sarà per sempre ricordata, perché è stato senza dubbio una delle figure più importanti del Valencia dal 1997 al 2006. Tra Carboni e Florenzi ci sono somiglianze: entrambi sono terzini ed entrambi vengono dalla Roma. E senza dubbio l’augurio di Alessandro è quello di imitare le gesta del connazionale. Perché Carboni ha disputato 348 partite con questa maglia, ha vinto 2 campionati spagnoli, 1 Coppa UEFA – il più anziano a riuscirci – 1 Supercoppa Europea, 1 Coppa Intertoto UEFA, 1 Coppa di Spagna e 1 Supercoppa di Spagna. Era, dunque, una delle figure cardine di un Valencia capace di imporsi su Barcellona e Real Madrid, e che ha alzato trofei anche a livello europeo. È divenuto capitano e poi anche direttore sportivo per un anno, dopo il ritiro, quando è andato a un passo dall’acquistare Cristiano Ronaldo.
L’ETÀ DELL’ORO
Prima parlavamo di innesco. Quale può essere il legame originario che ha unito i destini del Valencia e dell’Italia? La risposta apparentemente non esiste. Ma in realtà non è così. Bisogna solo cercare meglio, più a fondo, risalire la sorgente sino ad arrivare al 138 a.C., anno in cui Roma ha fondato Valentia Edetanorum, instaurando un rapporto inscindibile con questa parte di Spagna.
E un’altra piccola conquista di Valencia è avvenuta nel 2004, quando la maglia nera e arancio era vestita da addirittura 4 italiani: Stefano Fiore, Marco Di Vaio, Emiliano Moretti e Bernardo corradi. Dulcis in fundo, in panchina Claudio Ranieri.
Il primo, Fiore, è stato un giocatore di qualità e fantasia, che dalla trequarti sapeva sviolinare calcio come pochi e, purtroppo, in maniera troppo discontinua. Pur arrivando in Spagna dopo un periodo eccezionale con la Lazio, ha accumulato soltanto 22 presenze e 2 gol… forse troppo poco per un calciatore del suo talento. A fine stagione è tornato nel Belpaese.
Di Vaio, invece, un timbro più autorevole l’ha lasciato. 43 presenze e 14 gol: non un bottino invidiabile, forse nemmeno sufficiente, ma almeno degno di nota. Ha vinto la Supercoppa Europea, come tutti gli altri italiani del 2004, ma lo ha fatto da protagonista, segnando il gol del 2-0 ai danni del Porto. La partenza a un anno e mezzo dall’arrivo fu senza troppi rimpianti da ambo le parti.
Emiliano Moretti, invece, di gol ne ha fatti 4 dal 2004 al 2009. Ma il suo compito non era quello di segnare, ma di evitare che gli altri ci riuscissero. Il difensore, arrivato dal Bologna, ha piantato le sue solide radici nel reparto arretrato spagnolo, onorando tutti e 5 gli anni di contratto previsti con prestazioni di qualità. In media ha sempre giocato più di 30 partite a stagione e da alternativa a Carboni sulla fascia mancina è diventato titolare inamovibile. Una gran soddisfazione.
Come non parlare poi di Bernardo Corradi. I 9 milioni spesi dal Valencia per prelevarlo dalla Lazio non furono ripagati a pieno, dato che in 32 partite disputate le reti gonfiate sono state appena 5. È partito da titolare nella partita di Supercoppa Europea a inizio stagione, poi si è perso, anzi forse non si è mai trovato da quelle parti. È rimasto a scalpitare in panchina, accumulando scampoli di partite per un anno. A fine stagione ha ripreso l’aereo per l’Italia. Il Parma lo aspettava.
LUCARELLI, TAVANO E IL CICLO INFINITO
All’appello mancano ancora due giocatori, entrambi con una storia plumbea a Valencia. Il primo è Cristiano Lucarelli, che a livello cronologico collochiamo al secondo posto, dopo il solo Amedeo Carboni. Giunto in Spagna dopo un’avventura deludente all’Atalanta, la sua missione era quella di alzare il proprio livello di gioco. E così la sua scelta ricadde sul Valencia e su Ranieri, che era al primo ciclo valenciano. La società spagnola decise di puntare su di lui, ma Lucarelli non aveva ancora fatto i conti con il destino. Un grave infortunio lo ha tenuto fuori per un lungo tratto della stagione, che si concluse con appena 12 presenze e una cessione a fine stagione al Lecce. Magra consolazione l’unico gol contro il Saragozza e la vittoria della Coppa del Rey.
Ancora più tetra è stata la storia di Francesco Tavano. Di lui avremo impressa nell’iride la splendida avventura con la maglia dell‘Empoli, che tra gol di grande qualità ed esultanze variopinte ha fatto parlare di sé. Ma di certo è stata monocolore la sua esperienza al Valencia. Un’unica, densa, nube nera che ha avvolto i suoi 6 mesi in Spagna. È stato acquistato nel 2006 ma è come se non fosse mai stato realmente comprato. Non è mai entrato nelle rotazioni della squadra sin dal principio, da quando non veniva convocato per le partite estive. Tanto che dopo appena 4 partite di campionato, affermò fermamente:
“Qui mi sento inutile, forse aveva ragione Fiore (l’ex giocatore del Valencia), c’è pregiudizio per gli italiani. Sembra che io non abbia mai fatto nulla nella mia vita. Qui non mi considerano. Ora ho chiesto al mio procuratore di venire qui a parlare perché così non posso andare avanti.”
Alla fine sarà ceduto nella sessione invernale alla Roma. Destino vuole che questa storia si chiude al contrario, con Florenzi che questo gennaio è decollato a Roma ed atterrato a Valencia. Con dei bagagli pieni di sogni da riempire e una storia da continuare a scrivere. Quella degli italiani al Valencia. Una storia iniziata nel II secolo a.C. e che ancora continua.
(Fonte immagine di copertina: profilo Instagram Florenzi)